METRICA E MEMORIA

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Le Muse, si sa, sono figlie di Mnemosyne; la poesia nasce dalla Memoria e per la Memoria. Ma le tecniche di cui essa universalmente si avvale, sono funzionali alla conservazione del sapere? La risposta a questa domanda, a mio avviso cruciale, riguarda non solo lo status, il senso e la natura di metro, ritmo e procedure retoriche ad essi connesse, come rime e allitterazioni, ma anche il problema delle origini del metro e della sua funzione.

La questione che qui vorrei analizzare partitamente, seppur in maniera sintetica, riguarda due ordini di problemi connesi fra loro. Il primo è quello della funzione mnemotecnica del metro e il secondo, da esso discendente, è quello della distinzione fra verso e prosa. Apparentemente ovvia, la funzione mnemotecnica del metro è tutt’altro che accettata pacificamente dai critici. Paul Zumthor, ad esempio, notava che sussistono in tutte le culture umane sia la manipolazione degli elementi sonori della lingua naturale sia la creazione di un livello uditivo del linguaggio, fondato su particolarità ritmiche regolate artificialmente. In questo quadro, che tendenzialmente annulla la distinzione fra ritmo e metro, Zumthor metteva in evidenza la relatività del fatto ritmico nelle differenti culture e appuntava, quindi, che «l’esistenza, nella tradizione occidentale, dei concetti distinti di verso e prosa fa parte dell’eredità classica e deriva dall’idea antica di metrum piuttosto che essere fondata su un fatto di natura. Questo insieme di nozioni – continua Zumthor – non appena si esce dalla sua sfera molto limitata di applicazione, rischia di condurre a delle assurdità: non abbiamo forse sentito dire che la ‘letteratura’ orale è in versi per facilitare la memorizzazione? Un’evidenza opposta emerge invece dai fatti: l’opposizione verso/prosa non è affatto universalizzabile».

Per dare un’idea dei termini e dell’importanza della questione, si consideri che in un libro recente ed influente, un grande neuroscienziato, Steven Pinker, docente di psicologia e direttore del Centro di neuroscienza cognitiva al MIT, ha sostenuto che le arti in generale e la musica in particolare non sono prodotti adattativi della mente, ma sottoprodotti con funzione esclusivamente edonica. In questo libro, in cui la mente è vista come «un computer neurale prodotto dalla selezione naturale», con lo scopo di adattare al meglio l’uomo all’ambiente dove ha via via vissuto, il ruolo delle arti è irrilevante: la musica, in particolare, non procurando alcun vantaggio adattativo, è vista come «una torta alla panna uditiva, una squisita composizione preparata ad arte per stuzzicare i punti sensibili di almeno sei delle nostre facoltà mentali». Fra queste facoltà Pinker pone al primo posto la lingua:

«Possiamo mettere in musica delle parole, e trasaliamo quando un paroliere pigro pone una sillaba accentata in corrispondenza con una nota che non lo è o viceversa. Ciò fa pensare che la musica prenda a prestito una parte dei suoi dispositivi mentali dalla lingua, in particolare dalla prosodia, la curva sonora che abbraccia molte sillabe. La struttura metrica di tempi forti e deboli, l’andamento dell’intonazione con l’altezza che sale e scende, e i raggruppamenti gerarchici di frasi dentro frasi funzionano tutti con modalità simili nella lingua e nella musica. Il parallelo può spiegare la sensazione istintiva che un pezzo musicale veicoli un messaggio complesso, che faccia asserzioni introducendo temi e commentandoli, che enfatizzi alcuni punti e altri li sussurri come digressioni. Si è detto che la musica è un ‘discorso intensificato’, e può letteralmente sfumare nel discorso».

Così, la poesia ritmica in un quadro pur di grande eleganza e razionalità come il volume di Pinker viene posta in subordine rispetto alla musica e ne diviene una variante cognitiva: la poesia, come l’oratoria ritmata dei predicatori per Pinker sarebbe una forma intermedia fra musica e linguaggio.

La tesi che cercherò di sostenere va nella direzione opposta a quella di Pinker e Zumthor. Secondo me, infatti, il metro e il ritmo presentano più vantaggi adattativi, fra questi, fondamentali, soprattutto tre: il coordinamento nelle azioni, la segmentazione e discrezione temporale e, infine, la funzione di appoggio per la memoria verbale. Secondo questa teoria, le strutture metriche regolari hanno fornito un grandissimo vantaggio adattativo per le civiltà che hanno poi sviluppato un sistema culturale complesso.

La tesi, mi pare, può essere dimostrata seguendo due vie, quella di carattere sperimentale, mostrando alcune proprietà ritmiche nella rievocazione di parole e quella storico-culturale, enumerando casi in cui la struttura metrica del testo non può avere funzione solamente estetica.

Per ciò che riguarda la prima strada indicata, possiamo dire che gli esperimenti fin qui condotti in maniera sistematica non sembra siano andati nella direzione che ci interessa. L’attenzione, da parte degli psicologi della musica, si è concentrata soprattutto sulla capacità di ricordare brani musicali più o meno lunghi, oppure sulle tracce mnestiche lasciate nella memoria a breve termine da strutture ritmiche più o meno complesse. Un esperimento condotto da me su un campione di 48 soggetti, ha invece mostrato che la capacità rievocativa di parole in serie organizzate metricamente e non connesse semanticamente non subisce notevoli incrementi a breve termine (quando cioè la rievocazione avviene subito dopo l’ascolto delle parole) rispetto alla stessa lista non organizzata. Un potenziamento notevolmente maggiore, fino al 50 % in più di items ricordati, avviene invece sulla memoria a lungo termine (la rievocazione dopo 5 giorni dall’ascolto) quando la lista delle parole organizzate metricamente è ripetuta più volte all’ascoltatore: sembrerebbe insomma che struttura metrica e ripetizione possano costituire un sistema mnemotecnico abbastanza potente. Soprattutto, ciò che il metro aiuta a memorizzare è l’ordine in cui gli items sono disposti. E’ significativo, inoltre, che negli esperimenti in cui al metro si accompagna la rima, le parole in rima venivano rievocate in misura maggiore rispetto alle parole non in rima e che, concordemente con quanto si verifica nei test di rievocazione non metrici, le parole astratte venivano rievocate in misura inferiore ripetto alle parole di significato concreto.

Per ciò che riguarda la spiegazione cognitiva e neurologica di questo processo, si può ricorrere al modello connessionista di Rumelhart – McClelland 1986. Questa teoria ipotizza l’esistenza di unità per le esperienze individuali che sono connesse ad altre unità che rapresentano le varie proprietà di un’esperienza. Alcune esperienze sono dotate delle medesime proprietà, ciò significa che l’unità che rappresenta una particolare proprietà tenderà ad essere connessa con ricordi differenti. Ogni volta che una proprietà viene attivata, essa tenderà ad attivare tutti i ricordi a cui è connessa. Per questa ragione, per potere facilitare la rievocazione di una particolare esperienza, il sistema deve possedere sia connessioni inibitorie che connessioni eccitatorie tra le varie unità. Nell’ambito di questo tipo di memoria, l’informazione riguardante ciascuna singola esperienza corrisponde allo stato di attivazione del sistema nel suo complesso in un dato momento. La configurazione globale della forza delle connessioni determina quello che viene ricordato. In particolare, vari dati di tipo neuropsicologico forniscono utili informazioni sulla struttura del lessico mentale e sui meccanismi che permettono l’elaborazione di parole morfologicamente complese. Dalla prestazione di pazienti con deficit specifici si sono dedotte l’esistenza e la struttura di alcune componenti di questa parte del sistema linguistico, grazie al pattern di funzioni intaccate in maniera selettiva. In particolare, emerge che il lessico mentale è una struttura complessa, composta da più sottocomponenti funzionalmente e anatomicamente indipendenti, come la distinzione tra l’elaborazione delle radici, quella dei suffissi e quella degli affissi. Ciò significa che le parole morfologicamente simili, sono anche più vicine neurologicamente e vengono dunque attivate più facilmente. Non si può escludere che la parte terminale della parola, cioè, costituisca una modalità di attivazione sinaptica piuttosto potente. Nella produzione di un enunciato l’attivazione degli elementi della rete neurale, che può essere di tipo eccitatorio, ma anche inibitorio, è bidirezionale: si espande non solo dal lemma all’informazione fonologica, ma anche nella direzione inversa, determinando interazioni sistematiche tra i diversi livelli linguistici.

Un’altra strada percorribile per dimostrare la funzione mnemotecnica del verso potrebbe essere quella di analizzare passi in cui gli autori parlano esplicitamente di fatti metrici in relazione alla memoria. Ad esempio, Virgilio ci fornisce un interessante lacerto in cui si individua la priorità della mnestica metrica su quella dei contenuti: nella nona ecloga delle Bucoliche, Virgilio riferisce, fra l’altro, degli sforzi dei pastori Moeris e Licida per ricordare canti bucolici uditi in precedenza. Moeris da fanciullo ricordava tanti carmi da poter passare l’intera giornata cantando, ma l’età, dice malinconicamente, si porta via anche l’animum, le facoltà mentali, la memoria (vv. 51-53):

Omnia fert aetas, animum quoque: saepe ego longos 
cantando puerum memini me condere soles; 
nunc oblita mihi tot carmina.

In precedenza Moeris aveva rimuginato silenziosamente un canto, prima di riuscire a proferirlo («Id quidam ago et tacitus, Licida, mecum ipse voluto / si valeam meminisse; neque est ignobile carmen»); in Licida, invece, il momento mnemonico è preceduto dall’immagine del primo luogo mentale d’ascolto e seguito dalla memoria dei numeri, cioè del ritmo, per arrivare, infine, alle parole («Quid, quae te pura solum sub nocte canentem / audieram? numeros memini, si verba tenerem»). In termini cognitivi possiamo dire che la forma del canto, cioè, perdura nella memoria a lungo termine più a lungo del livello lessicale e semantico. Del resto, credo sia esperienza comune quella di ricordare la melodia e il ritmo di una canzone e di perdere, invece, le parole.

Un altro passo fondamentale per la prospettiva che ci interessa è quello del De bello gallico in cui si parla dei druidi: essi passano a scuola fino a venti anni e qui, a quanto si dice, imparano a memoria una gran quantità di versi («Magnum ibi numerum versuum ediscere dicuntur»). Infatti, i druidi «non credono lecito affidare alla scrittura le loro dottrine». Secondo Cesare «questo divieto dipende da due ragioni, che non vogliono diffondere la loro scienza fra il volgo e che temono che i discepoli, fidandosi nella scrittura, diano meno importanza alla memoria «Poiché in genere la gente, quando può giovarsi dell’aiuto della scrittura, diviene meno attenta allo studio e rilassa la memoria». Quali sono le materie appese in versi e a memoria dai druidi? Innanzitutto quelle di carattere religioso (questioni relative alla metempsicosi), ma anche molte altre dottrine: «degli astri e delle loro rivoluzioni; della grandezza del mondo e della terra; della natura; della forza e del potere degli dei».

L’acquisizione mnemonica di versi sembrerebbe quindi funzionale alle ragioni didascaliche della memorizzazione del sapere. E’ questo un processo chiarito sapientemente da Havelock nel suo libro suCultura orale e civiltà della scrittura. Havelock si chiede come la memoria vivente possa ritenere enunciazioni linguistiche complesse, «senza far sì che si trasformi nel passaggio da uomo a uomo e da generazione a generazione, perdendo così fissità e autorevolezza». In effti in tutti gli esperimenti in cui si studia, oggi, la trasmissione di storie o concetti riferiti nel linguaggio naturale, con passaggi verbali da individuo a individuo, si constatano variazioni tali da farci concludere che la conservazione in prosa del sapere era impossibile. Secondo Havelock, quindi, l’unica tecnologia verbale disponibile per garantire la conservazione e la stabilità della tradizione, era quella del discorso ritmico, organizzato sapientemente in moduli verbali e metrici tanto unici da conservare la loro forma» (p. 41).

La poesia, insomma, nella Grecia arcaica, come nell’antica Gallia conosciuta da Cesare era soprattutto uno strumento della paideia il cui fine primario era quello di conservare la tradizione. La questione del metro inerisce quindi non tanto la sfera estetica, ma soprattutto quella pedagogica. E’ ancora Havelock a metter in rilievo come Platone rivolga i propri bersagli polemici contro i poeti in vista di un’educazione mirante ai contenuti, non alle forme. Platone, infatti, presupponeva quindi che i suoi contemporanei avessero una concezione del poeta e della poesia del tutto estranea al nostro modo di pensare. Per noi, il poeta è un artista e le sue creazioni opere d’arte. Platone scrive come se non avesse mai sentito parlare dell’estetica o addirittura dell’arte. Invece, «egli insiste a consideraare i poeti come se il loro compito fosse produrre delle enciclopedie in versi».

Platone individua la parte della coscienza alla quale si indirizzano il linguaggio poetico e il ritmo nello strato non-razionale delle emozioni patologiche e dei sentimenti incontrollati e fluttuanti, che possono distruggere, a suo avviso, quella facoltà razionale in cui soltanto c’è la certezza della scienza.

La funzione poetica, e quindi anche il metro, sembrerebbe quindi avere a che fare con l’elemento emotivo della mente (si pensi a quanto ha scrtto Damasio sull’errore di Cartesio).

Le società che ancora non possiedono una scrittura consolidata e diffusa hanno, inoltre, l’esigenza di formulare precetti e formule legali che dovevano vivere nella memoria delle parti interessate, per periodi di tempo variabili, altrimenti il precetto veniva meno per mancanza di stabilità nella trasmissione, ovvero la formula legale diventava inagibile, perché le parti in causa avevano dimenticato di cosa si trattasse, o divergevano a causa di versioni varianti. Questi precetti potevano uindi rimanere efficaci soltanto se venivano formulati anch’essi in linguaggio ritmico, la cui forma metrica e stile formulare davano sufficienti garanzie che le parole sarebbero state trasmesse e ricordate senza distorsioni. La familiare comunicazione verbale che è in grado nella nostra civiltà di assolvere le esigenze di transazioni umane anche importanti, rimane efficace soltanto perché esiste nello sfondo, spesso non avvertito, qualche punto di riferimento o corte d’appello fissata per iscritto, un promemoria o un documento o un libro. I promemoria di una civiltà dale comunicazioni esclusivamente orali sono iscritti nei ritmi e nelle formule.

Per Esiodo le transazioni umane devono avere un linguaggio ritmico, altrimenti l’enunciazione non sarebbe la voce della Musa. Anche il potere politico deve giovarsi di questa prerogativa:

Per questo scopo i principi sono sagaci: perché per il loro popolo 
Sbigottito nell’agorà compiano un’opera di conversione 
Con facilità, dissuadendo con epe (formule epiche) gradevoli.

Commenta Havelock: «Il discorso così modellato dalla facoltà poetica del principe non è canto né racconto; è una decisione giudiziaria o politica, ma formulata in modo da persuadere e ottenere il consenso dei contendenti. … In breve, mentre nella concezione moderna i lenocinii del principe non sarebbero che un talento in più, che egli sarebbe tanto bravo da esercitare, dobbiamo sottolineare che per Esiodo questo talento era un elemeento imprescindibile dalla sua carica. Egli doveva essere capace di formulare ordini esecutivi e sentenze in versi; almeno, la sua efficacia aumentava se era capace di ciò, perché in tal modo la sua autorità e la sua parola avevano un maggiore effetto ed erano meglio ricordate».

La distinzione netta fra ciò che è poetico e ciò che invece è didascalico, seppur in versi è invece in Aristotele, nella Poetica, quando dice che generalmente è chiamato poeta «anche chi divulga in versi anche argomenti di medicina o di filosofia naturalistica; non c’è nulla in commune, però tra Omero ed Empedocle, tranne il verso, perciò l’uno andrebbe chiamato poeta, l’altro filosofo naturalista (physiologos) piuttosto che poeta». In effetti, fin dalle testimonianze più antiche, appare evidente come il verso fosse la forma normale di comunicazione del sapere, indipendentemente dal genere di testo che veniva trasmesso. Fin dagli Assiri, ma anche, forse nelle tavolette di Pilo e Crosso della civiltà cretese-micenea ritroviamo tracce di discorsi reali scritti ritmicamente. (p. 111). I filosofi presocratici ci hanno lasciato opere di filosofia naturalistica in esametri e sotto il nome di poesia didascalica incontriamo opere che non hanno nulla in comune fra loro, salvo il fatto che non trattano d’amore o di guerra, ma di scienza, di filosofia o di qualche arte o attività. Gli stessi Greci non pensarono a un genere poetico distinto, e classificarono queste opere nella categoria generale degliepe (poemi epici). Sarà qui sufficiente citare, oltre ad Esiodo e ai filosofi presocratici, Menecrate, Arato, Nicandro, Marcello, Manetone, Dionisio, Periegete, Oppiano e, fra i latini, Lucrezio, il Cicerone dei Prognostica, Varrone, Macro, il Virgilio delle Georgiche, l’Ovidio degli Halieutica, Grazio, Manilio, il Germanico dei Phaenomena, Columella, Nemesiano, Terenziano, Sereno, il Carmen de Figuris, il Carmen de Ponderibus, Alieno.

Se ci spostiamo all’ambito romanzo medievale vediamo che spessissimo il verso accompagna argomenti di natura solamente didascalica e spesso in concomitanza di una trattazione in prosa dello stesso argomento. In versi (il metro più utilizzato è il distico di ottosillabi a rima baciata) abbiamo sermoni fin dal XII secolo, troviamo trattati di morale e di teologia, come i rimaneggiamenti dell’Elucidarium di Onorio di Autun (XIII sec.), (Segre, p. 67). Sempre in couplet d’octosyllabes sono le varie Contenance de table in francese e provenzale, traduzioni del breve testo mnemonico «Quisquis es in mensa/ pro paupere pensa» (Segre, pp. 86-87) o le cortesie da desco di Bovesin da la Riva. In versi sono inoltre molti dottrinali, «trattati o trattatelli medievali che cercano di fornire, in modo per lo più elementare, i principali insegnamenti di morale e di galateo». Un caso interessante, poiché presenta una dichiarazione esplicita nella direzione che ci interessa, è quella del Doctrinal Sauvage(forse del poeta Sauvage d’Arras), scritto in quartine monorime di alessandrini alla fine del XII secolo. Questo testo termina dicendo che «Cest Doctrinal doit bien l’en aprendre et retenir, / et les bien qu’il eneseigne entendre et detenir» e ciò che fa commentare a Cesare Segre: «è probabbile che alcuni di questi trattatelli fossero destinati, in forma mnemonica, all’educazione dei giovani».

Affini sono gli innumerevoli testi che introducono il giovane o la giovane alla courtoisie (il De courtoisie a.fr., per es. o gli ensenhamens provenzali, in genere in coupletdi esasillabi o le alter forme di insegnamento provenzali e italiani).

Nel noto sonetto Da più a uno face sillogismo Guido Cavalcanti rimprovera Guittone d’Arezzo di voler scrivere per sillabate carte, cioè metricamente, «d’insegnamento volume» ossia un’opera didascalica. In questo egli sembrerebbe ricongiungersi con la tradizione platonica ed aristotelica che bandiva l’uso del metron per la trattatistica e per ciò che, più in generale, ha a che vedere con la paideia. Secondo Cavalcanti, infatti, il sillogismo prova ciò che è necessario, quindi vero, «senza rismo», cioè senza nessun bisogno di ritmo e rime.

Al tipo dell’«insegnamento» appartengono anche i trattati De regimine pincipum, ammaestramenti diretti ai futuri reggenti o le raccolte di proverbi, come i Proverbi di Salomone, i Disticha Catonis o iProveri di Seneca: anche per questi generi abbiamo un numero altissimo di trattati in versi. Un genere a parte è costituito dalle teorizzazioni dell’amore in volgare, che «fanno tutt’uno con le poesie e liriche o i romanzi che le applicano: basti ricordare che tutta l’opera di Chrétien è un approfondimento più volte mutato di registro degli ideali cortesi» (Segre, p. 109). Uno dei più antichi è il Domnei des amants, in couplets d’octosyllabes. La letteratura, anche in questo caso, fornisce precetti di comportamento, dà nozioni che debbono essere ricordate, è didascalica in senso ampio.

Per ciò che riguarda le opere più propriamente scolastiche, se sembrerebbero mancare opere in versi per le artes del trivium, fatte salve, forse, le redazioni in versi delle Leys d’amors, abbiamo invece un certo numero di testi in versi per le artes del quadrivium. In versi troviamo trattati di algoritmo, computi, testi astronomici ed astrologici, geomantici, pronostici, Sortes sanctorum(interpretazioni superstiziose dei testi sacri), lunari, ecc. Antichissimo il computus di Philippe de Thaon (1119), in distici di esasillabi. Anche le varie attività pratiche, come la caccia, l’arte della guerra, i giochi, l’economia domestica, i dits sugli artigiani e sui mercanti. E poi, sempre in versi, abbiamo bestiari e lapidari e soprattutto intere enciclopedie, come il Mappemonde di Pierre de Beauvais o il Tesoretto di Brunetto Latini. Significativa la presenza, soprattutto in area occitanica, di trattati di medicina e chirurgia, ricettari, testi di cosmetica ed erbari. Per apprezzare il procedimento di versificazione di un testo di natura esclusivamente pratica si leggano la parte riservata all’ortica nell’erbario occitanico del ms. Chantilly, Musée de Condé 330, risalente al XV secolo:

Versione in prosa:

Ortiga beguda ambe vin soven sana lo mal gruoch. 
La grana de la ortiga mesclada e beguda als escoloris dona color. A tot [home] que [a] mal ni dolor el budel maior ajuda si soven la manja. 
Lo suc de la ortiga sana tos vielha si on en beu pron la grana d’ortiga picada e mesclada ambe mel e beguda. 
Lo suc de lays begud’ambe vin soven tol lo frech de la corada e dezemfla lo ventre e.l fa mal.

Versione in versi:

Mantenen diray de l’ortiga 
que.ls sieus tocadors castiga. 
Si on la pren ambe vin soven 
lo mal gruoch cassa ben e gent. 
La grana ambe mel mesclada ben 
als [es]coloris* val gran ren: 
so son aquels que an la dolor 
dedins lo budel maior ; 
si la lur fas soven uzar 
en pauc de temps lur pot aydar. 
A la tos vielha fa grant pron 
si on la beu soven e pron. 
Lo frech de la corada tol 
e.l ventre dezenfla e fa mol.

Il confronto con il passo in prosa mi sembra far preferire l’emendamento als [escoloris] piuttosto che quello a los colerincs proposto nell’ed. a partire dalla lezione als colerincs, ipometra.

Si noterà che l’utilizzo del metro non muta per nulla il contenuto del testo e che non è fatto alcuno sforzo per migliorare la resa estetica dell’enunciato: le rime sono sempli e insignficanti, il lessico è ripreso quanto più possibile dalla versione in prosa.

Ma è con il trattato tolosano di grammatica e poetica delle Leys d’amors che troviamo la dichiarazione più esplicita della funzione mnemotecnica del verso: nel primo libro l’autore spiega che nell’esposizione si servirà di citazioni e di di esempi metrici e che talvolta chiarirà in versi, oltre che in prosa le norme del trobar, affinché le si possa più facilmente ricordare: «entendem pauzar dice l’autore- alqus yssemples e alcunas difinitios per maniera de rims per so qu’om los puesca plus leu reportar e decorar recordar» (Gatien-Arnoult, I, p. 2; Anglade, I, p. 69, cit. in Fedi, p. 169). Sempre nel primo libro, ma in una redazione più tarda, il passaggio dalla poesia alla prosa sottolinea esplicitamente l’inizio della parte più propriamente morale e filosofica del trattato. L’autore, che fino a quel momento si era servito dei versi, dichiara che procederà la trattazione in prosa, «am la comuna parladura» e che, di quando in quando, ricorrerà comunque alle rime «per miels declarar et entendre / Per breu report e tost aprendre»1.

A margine di questo passo troviamo una glossa che recita: «Nota opus presens ad instructionem laicorum principaliter» (Anglade, p. 69, nota 1) e quest’affermazione è da connettere con il luogo delle stesseLeys d’amors in cui si parla dell’apprendimento imitativo dell’arte del trobar da parte dei laici, contrapposto allo studio dei chierici. I laici, infatti, possono imparare la gaya scienza direttamente dagli antichi trovatori, «so es per los dictatz los quals liejo e reteno en memoria». Per tale ragione, l’autore consiglia a coloro che «no son gaire letratz» e che comunque vogliono scriver versi, che leggano o si facciano leggere i testi, in modo che l’apprendimento avvenga secondo natura, secondorazos naturals.

[han doas cauzas principals per las quals dictan be: la una es bona razos naturals ses la qual a greu pot hom far bon dictat. La seconda quar ilh han el uzatge del cas e de la parladura en bo romans, segon aquesta scienza, qual han aguda e presa dels antics dictadors en romans, so es per los dictatz los quals liejo soen e reteno en memoria (c.vo mio), ses la qual nulhs homs no pot esser certs savis … ni sabens… perque acosselham als laicz e ad aquels que no son gayre en letrat qui volran dictar en romans, liqual no poyran del tot entendre notras leys que volontier vuelhan legir o far legir los bos dictatz dels antics e del aproatz trobadors. Et enayssi poyran haver e retener lo bon lengatge e la bela maniera de dictar en romans. Et enayssi degus nos deszespere d’aquesta scienza cant que sia laycs o ses letras que no pesca far .i. bel dictat si be no enten las paraulas, las reglas e las doctrinas per nos pauzadas on sen devo mays esforsar li layc que li clerc. Quar mays lor es grazit car obran solamen de razo natural que als clercs qui obran per sciensa.]

Nel medioevo, insomma, l’arte di versificare trattati con finalità esclusivamente mnemotecnica era ancor viva ed era certamente legata, da una parte, alla scuola e, dall’altra, alla necessità di raggiungere classi non letterate, per le quali il metro poteva essere un sussidio mnemonico potentissimo. Finché è sussistita una cultura pur alta, ma non del tutto letterata, nella quale la componente orale ha avuto un ruolo non secondario, l’utilizzo del metro per finalità mnemoniche e non solo estetiche è restato una necessità. Via via che si è sviluppato e diffuso il più potente dei sistemi di memoria artificiale inventato dall’uomo prima dell’avvento delle tecnologie digitali, cioè la scrittura, il metro è venuto a perdere sempre più la funzione originaria e, a mio avviso, funzionalmente primaria, rimanendo in balia dei capricci del gusto, che, ignaro dei millenni di prezioso servigio all’uomo, ben presto ne ha decretato la morte.


Bibliografia

  • Rummelhart D. E. – McClelland, J. L. (a cura di) 
    1986 
    Parallel distributed processing: Explorations in the microstuctures of cognition: Vol. I Foundations, Cambridge, MA, MIT Press, trad. it parz. PDP. Microstruttura dei processi cognitivi, Bologna, Il Mulino, 1991
  • Pinker S. 
    1997 [2000] 
    How the Mind Works, New York – London, Norton – Penguin, trad. it. Come funziona la mente, Milano, Mondadori

  • Note

    1. Protesta l’Actor que d’ayssi avan procezira prozagaymen sino en alcus cazes dejos expressatz: Ses rims hueymais procezirem / E nostras Leys compilarem
      Am la comuna parladura / Que d’enpost liamen no cura / de hyat, fre, collizio / D’accen, ni replicacio, / Gardan lo cas ayssi co.s tanh / Al qual bos lengatges s’afranh; / Enpero can mestiers fara / Hom d’acort de rims uzara / per miels declarar et antendre / Per breu report e tost aprendre. (Anglade, I, pp. 68-69) Cfr. anche Gatien-Arnoult, II, p. 154; III, p. 296; Anglade, II, p. 24; III, p. 76.