Il Cantico delle Creature di San Francesco

Introduzione, testo, parafrasi e commento

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Componimento poetico dettato da San Francesco in San Damiano presso Assisi. L’intitolazione è data probabilmente dallo stesso San Francesco (perché, come è scritto nello Speculum: «sol est pulchrior aliis creaturis, et magis potest assimilari Deo, immo in Scriptura ipse Dominus vocatur sol justitiae»), ma il componimento è conosciuto anche come Laudes creaturarum. Il codice più antico è il ms. 338 della Biblioteca Comunale di Assisi (XIII sec. ex. – XIV in.); esso reca al di sopra dei primi due versi tre righe destinate ad accogliere la notazione della melodia (forse composta dallo stesso San Francesco). Alcune biografie di San Francesco riferiscono che il Cantico fu composto due anni prima della sua morte. Secondo le stesse fonti, i vv. 23-26 e 27-33 sarebbero stati aggiunti da San Francesco in due fasi successive. Il Cantico è in forma di salmo, con versetti ripartiti in membri di estensione analoga, rimati o assonanzati. La strutturazione interna risponde perfettamente ai canoni estetici medievali: all’inizio viene invocato l’Altissimo, e ci si riferisce all’indegnità dell’uomo a menzionarlo; il primo lodato (lodante) è il sole, che è segno dell’Altezza divina, poiché è luce, con la sua bellezza e radiosità. Poi gli altri corpi celesti, la luna e le stelle, che lodano il Signore con la loro bellezza e la loro chiarezza (e di esse, come poi dell’acqua, è detto che sono «preziose»). Andando verso il basso vengono i quattro elementi nell’ordine: aria, acqua, fuoco, terra. Vengono poi gli uomini buoni e infine la morte, secondo un circolo che dal Signore porta al Signore, attraverso 10 gruppi (altro numero significativo) di lodati (lodanti): Signore, sole, luna-stelle, aria, acqua, fuoco, terra, uomini buoni, morte, Signore. Per l’interpretazione è centrale comprendere il significato del per che compare numerose volte a partire dal versetto di «sora luna» e che specifica la lode. Si danno le seguenti ipotesi: 1) per ha valore causale: il Signore deve essere lodato a causa degli attributi delle creature (è l’ipotesi comunemente ammessa); 2) per ha valore strumentale: Dio è lodato dall’uomo per mezzo delle creature; 3) per esprime la funzione d’agente: il Signore deve essere lodato dalle creature; 4) per ha valore mediale: Dio va lodato per tramite delle creature. In tutte le fonti in cui l’azione del lodare o del benedire è all’attivo, l’agente è costituito dalle creature (p. es. Salmo 148, 3: «laudate Eum sol et luna; laudate Eum omnes stellae et lumen»; Dan., 3, 62-63: «benedicite sol et luna Domino. Laudate […] benedicite stellae coeli Domino»). L’ipotesi più armonica con le fonti è quella che vede Dio lodato attraverso le sue creature: Dio  illumina noi per il sole e per il fuoco; dà sostentamento alle sue creature per «onne tempo». Come Dio illumina il mondo attraverso il sole, così è possibile lodarlo solamente attraverso le sue creature, poiché la bontà del creato mostra la bontà del creatore. In ciò il Cantico potrebbe costituire una risposta al catarismo (Manselli, Pasero). La Natura è sentita ed è comunicata ai fruitori del testo come amica dell’uomo, quindi con atteggiamento nettamente antitetico rispetto al pessimismo radicale nei confronti del creato che caratterizzava gran parte degli scritti dei pensatori cristiani contemporanei di San Francesco (p. es. il De contemptu mundi di Innocenzo III). Tommaso da Celano informa di come un punto di riferimento importante per San Francesco sia stato il Cantico dei giovani nella fornace (Daniele 3, 51-89): «Come un tempo i tre fanciulli gettati nella fornace ardente invitavano tutti gli elementi a glorificare e benedire il Creatore dell’universo così quest’uomo, ripieno dello spirito di Dio, non si stancava mai di glorificare, lodare e benedire, in tutti gli elementi e in tutte le creature, il Creatore e Governatore di tutte le cose». San Bonaventura parla di San Francesco che «Con il fervore di una devozione inaudita, in ciascuna delle creature, come in un ruscello, delibava quella Bontà fontale, e le esortava dolcemente, al modo di Davide profeta, alla lode di Dio, perché avvertiva come un concerto celeste nella consonanza delle varie doti e attitudini che Dio ha loro conferito». Il tema della lode di Dio da parte delle creature è centrale in gran parte della letteratura religiosa, soprattutto quella di ascendenza mistica, legata alla dottrina dello pseudo-Dionigi l’Aeropagita: il mistico deve giungere a non voler altro se non la lode di Dio. Lo stesso San Francesco, centonando le scritture, aveva elaborato due scritti in latino in cui è centrale il tema della lode (l’Exortatio ad laudem Dei e le Laudes ad omnes horas dicendae); rispetto ad essi il volgare del Cantico non è semplice traduzione, ma sapiente amplificazione e rielaborazione, anche se non c’è dubbio che il lessico e gran parte della struttura sintattica del Cantico siano modellati sul latino familiare a San Francesco. Fra modelli del Cantico è da annoverare  il salmo 148, la cui recitazione era prevista dalla tradizione liturgica nell’ultima parte dell’ufficio canonico (Mattutino o Notturno) insieme agli altri due salmi (149-150), in cui vengono tributate precipuamente lodi al Signore. Oltre a questi e ad altri Salmi (in part. 104 e 116), la fonte principale è sempre la Bibbia. Con il Cantico veniva legittimata l’operazione di funzionalizzazione del volgare alla produzione religiosa.  San Francesco non fu certo estraneo alla fondazione del «nuovo archetipo del cavaliere di Cristo che combatte nel mondo la sua battaglia fatta di azione e di concreto intervento apostolico» (C. Bologna). La rivalutazione del cavaliere è parallela a quella del giullare: secondo la leggenda San Francesco volle che fra’ Pacifico «che nel secolo era chiamato re dei versi» dirigesse l’esecuzione del Cantico: altri frati poi, quasi fossero «giullari di Dio», avrebbero dovuto recitarlo ovunque dopo la predica. Perché, avrebbe argomentato San Francesco, «cos’altro sono i servi di Dio, se non quasi suoi giullari, che debbono levare in alto i cuori degli uomini e muoverli alla letizia spirituale?». Se le forme profane e giullaresche allora circolanti sarebbero state troppo ardite, San Francesco aveva la legittimazione scritturale davidica e il modello dei salmi, dei loro temi e della loro forma.


Ed. crit. a c. di V. Branca, Olschki, Firenze 1965; M. Casella, in «Studi medievali», n. s., XVI [1943-50], pp. 119-20; G. Contini in Poeti del Duecento, I, pp. 33-34. 
TESTO

 

I
Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ia Ad te solo, Altissimo, se konfano,

et nullu homo ène dignu te mentovare.

 

II
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,

spetialmente messor lo frate sole,

lo qual’è iorno, et allumini noi per lui;

IIa
et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de te, Altissimo, porta significazione.

 

III
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

 

IV
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale a le creature dài sustentamento.

 

V
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

 

VI
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,

per lo quale enallumini la nocte:

et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

 

VII
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

 

VIII
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

et sostengo infimitate et tribulatione;

VIIIa beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

 

IX
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,

da la quale nullu homo vivente pò skappare:

guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;

IXa
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no ‘l farà male.

 

X
Laudate e benedicete mi’ Signore

et rengratiate e serviateli cum grande humilitate.

COMMENTO

Nella Legenda perusina e nello Speculum perfectionis si dice che il Cantico di frate sole (questo il titolo dato probabilmente dallo stesso Francesco al componimento) fu composto due anni prima della sua morte, avvenuta il 4 ottobre 1226. Sempre secondo le due antiche biografie del Santo, i versi versi relativi al perdono (vv. 23-26) sono stati aggiunti aggiunti dallo stesso Francesco in occasione della rappacificazione fra il vescovo e il podestà di Assisi e i versi relativi alla morte quando un medico gli annunciò come prossima la dipartita dal mondo. Secondo Contini «la palese diversità di struttura, coniugata all’esegesi eziologica solita al medio evo, può render ragione di queste due narrazioni ulteriori senza che necessariamente debba accettarsi la composizione in più tempi» (PD, I, p. 29). Non v’è dubbio che «La questione coinvolge il problema dibattuto dell’unità formale del componimento, ammessa la quale sarebbe difficile accettare i tre momenti della composizione», giacché «L’accettazione di ambedue i dati contraddittori (fonti che dividono e ispirazione unica) porta necessariamente al compromesso di riportare l’unità a motivazioni psicologiche» (Pozzi, p. 20). L’unitarietà compositiva e di intenti è ribadita da Pasero sulla base degli elementi di polemica anticatara in esso individuati.

A ciò è senz’altro da aggiungere che  il numero di 33 versi che si ha nella versione che ci è pervenuta è perfetto dal punto di vista della composizione numerica, coincidendo con gli anni di Cristo: è stato notato, inoltre, che il complesso dei lodati-lodanti risponde al numero di dieci, difficilmente quindi si può ritenere che tale perfezione interna possa essere posticcia, anche se il numero di 24 versetti che si avrebbe sottraendo i nove che si presumono aggiunti non sarebbe in contrasto con la struttura cosmologica che contempla i «pianeti», le stelle fisse e poi i quattro elementi. Si aggiunga che la sezione che contempla cosmo ed elementi terrestri presenta una inderogata alternanza maschile / femminile (cioè frate / sora, per tre volte): frate sole / sora luna (e le stelle); frate vento (cui si aggiunga «aere et nubilo et sereno et onne tempo», sempre maschili) / sor acqua; frate focu / sora terra. La scansione è sottolineata quasi sempre dall’uso dei relativi «lo quale» / «la quale».

Il copista del manoscritto della Biblioteca Comunale di Assisi 338 ha posto al di sopra dei primi due versi tre righe destinate ad accogliere la notazione. Secondo Branca, p. 63 nota 2 «Il copista aveva evidentemente famigliarità con il ritmo salmodiante sul quale era recitato il Cantico, ma non lo sapeva tradurre i neumi: e perciò lasciò in bianco il rigo musicale corrispondente al primo versetto, come era abitudine dei copisti dei salteri». Ciò ha evidentemente importanza enorme, poiché significa che la melodia doveva valere anche per le lasse successive, che quindi, almeno sotto il rispetto musicale, non potranno essere troppo più lunghe della prima: secondo il calcolo di Branca esse oscillano infatti da 25 a 50, mentre la somma dei due versetti computa 30 sillabe. Sempre secondo Branca «il canto, dato il poco spazio lasciato per le note, doveva essere un canto sillabico, cioè di una nota, o al più due unite, per sillaba». Inoltre il tipo di notazione che i tre righi potevano accogliere rinvia però ad un canto di tipo sillabico, sempre sul modello della salmistica gregoriana.

Ciò ha importanti conseguenze per ciò che riguarda la ripartizione del testo: si consideri infatti che nel ms. di Assisi 338 si hanno si hanno 12 lettere maiuscole a delimitare l’inizio di altrettante lasse: tutte quelle del testo sotto riportato, più una per la A del v. 2 (Ad te solo) e per la E del v. 8 (Et ellu è bellu). Branca, rispetto all’assisiate, aggiunge altre due partizioni, fra i vv. 24 e 25 e fra i vv. 28-29. Contini accorpa i vv. 5-9 e separa, come Branca, fra 24 e 25, ottenendo 12 lasse. La ripartizione qui adottata (già in Casella, pp. 119-120) è armonica sia sintatticamente, sia numericamente: in tal modo, infatti, all’interno delle dieci lasse ogni discorso risulta compiuto e nessun termine rinvia ad una lassa precedente: d’altronde, con le sottopartizioni di II, VIII e IX, non si perde l’elemento partitivo di ordine strutturale-melodico, per il quale ogni gruppo melodico non può essere più lungo di tre versi. Per ciò che riguarda le partizioni 12/13, si vedano inoltre le considerazioni di Branca, p. 71: «la fusione di 12 e 13 da una parte è facilior, data l’enumerazione che produce quasi un enjambement fra i due emistichi; e dall’altra provocherebbe un vero orrore ritmico con l’enorme distesa di 27 sillabe non appoggiata su alcuna pausa, e con l’attenuazione del rilievo delle assonanze che scandiscono opportunamente il versetto». Più complessa la situazione per ciò che riguarda gli ultimi due versetti: la partizione qui accolta è infatti quella proposta da Branca, sulla base di una parte della tradizione manoscritta, ma si consideri che parte degli editori hanno suddiviso, «con assoluto arbitrio congeturale, senza l’appoggio cioè di nessuna testimonianza manoscritta» (Branca), sulla base però di non inconsistenti considerazioni di ordine strutturale, «rengratiate / e serviteli»: in tal modo si recupera una rima (rengratiate : umilitate). Mi sembra che le considerazioni a favore della prima ipotesi siano corrette: in tal modo abbiamo infatti «analogia e simmetria del versetto di chiusura con quello d’apertura (emistichi di 12 e 18 sillabe; il primo emistichio chiuso con il nome del Signore in massima evidenza; il secondo emistichio basato su rime o assonanze interne); parallelismo ritmico e fonico fra l’inizio dei due emistichi secondo un uso diffuso nei Salmi e nelle preci del Santo (Laudate e benedicite, rengratiate e servite); logica disposizione paratattica dei due verbi sviluppanti in ciascun emistichio concetti strettamente concatenati: a un lodare e benedire (momento contemplativo, d’orazione) corrisponde un ringratiare e servire (momento attivo, di impegno umano)» (Branca, p. 73; per altri riscontri, cfr. Canettieri, Composizione).

Metrica: «i versetti si ripartiscono in membri di estensione affine, riuniti da identità o somiglianza […] dell’ultima vocale accentata, per lo più anche della finale» (PD, I, p. 29). Francesco impiega inoltre il cursus velox (vv. 2, 3, 4, 12, 13, 14, 17, 26, 30, 31) e, in sottordine, il cursus trispondaicus (1, 5, ecc.) e il cursus planus (8, 11, ecc.).

Testo: PD, I, pp. 33-34, con le modifiche di partizione di cui si è detto sopra.

 

vv. 1-4 «Signore altissimo, onnipotente e fonte di ogni bene, a Te spettano le lodi, la gloria, l’onore e ogni benedizione. Solamente a Te sono appropriati e nessun uomo è degno di nominarti».

Altissimo…Signore: i tre epiteti esordiali sono i più utilizzati negli scritti di Francesco a designare Dio. Cfr. in particolare EpFid II : «solus bonus, solus altissimus, solus omnipotens» (testo e abbreviazioni Esser). Si noti che Tommaso da Celano nella Vita prima descrive Francesco «contemplans in creaturis sapientiam Creatoris, potentiam et bonitatem eius», con triade parallela a quella qui esordiale. Cfr. anche Branca, p. 93: «nella Bibbia i tre aggettivi riferiti al Signore sono usati ciascuno decine e decine di volte».

tue…beneditione: centrali per l’interpretazione EpFid II, 61: «omnis creatura, quae est in caelo et in terra et in mari et in abyssis referat Deo laudem, gloriam et honorem et benedictionem» e LaudHor, 2: «dignus es Domine Deus noster accipere laudem gloriam et honorem et benedictionem», già influenzato di certo da Apoc 5, 1213: «Dignus est Agnus […] accipere […] honorem, et gloriam, et benedictionem. Et omnem creaturam, quae in caelo est, et super terram, et sub terra, et quae sunt in mari, et quae in eo», peraltro riportato identico in LauHor, 8. Le fonti indicano quindi che la dignitas dell’angelo viene trasferita a Dio (cfr. ExhLD, 2 e 15: «Dignus est Dominus accipere laudem et honorem […] Dignus est Agnus, qui occisus est, recipere laudem, gloriam et honorem». Quindi: solamente Dio è degno di ricevere le lodi (tue, vale «solamente tue»); l’uomo è indegno di menzionarlo, quindi sono le creature che dovranno  riferire le lodi a Dio. Cfr. Ps 113, 1: «Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam»; Apoc 4, 11: «dignus es Domine et Deus accipere gloriam et honorem et virtutem quuia tu creasti omnia et propter voluntatem tuam erant et creata sunt». Sempre riguardo a Dio lodato in quanto creatore, cfr. Apoc 14, 7: «et date illi honorem quia venit hora iudicii eius et adorate eum qui fecit caelum et terram et mare et fontes aquarum».

nullu…mentovare: questa «secca affermazione […], a tutta prima abbastanza irrelata rispetto al decorso del ragionamento prossimo («solo a Dio si confanno le lodi e nessun uomo è degno di nominarlo»), trova […] maggior giustificazione, in una logica complessiva di questo tipo: la fratellanza fra tutte le creature – compreso l’uomo, unica creatura dotata di capacità linguistico-espressive – trova il suo limite nella riverenza che è dovuta al Padre, assolutamente «innominabile» nel senso del tabù espresso dai Comandamenti» (Pasero, p. 34). La proposizione è comunque riferita al nominare Dio e non alla sua lode: Dio può esere lodato anche senza essere nominato; cfr. RegNB, 23, 5: «nos omnes miseri et peccatores non sumus digni nominare te»; mentovare è termine ben attestato nei dialetti dell’Italia centro-meridionale (Baldelli).

vv. 5-9 «Sii lodato, mio Signore, con tutto ciò che hai creato, in special modo messer fratello sole, che è luce del giorno e tu ci illumini attraverso lui. Egli è bello e radiante e molto splendente: rappresenta il segno della tua esistenza, o Altissimo».

Laudato sie…creature (qui e vv. 10, 12, 15, 17, 20, 23, 27): utilizzo del passivo analogo a quello del Pater noster, «santificetur nome tuum». Per il concetto cfr. Adm 5, 2: «omnes creaturae, quae sub caelo sunt, secundum se serviunt et cognoscunt et obediunt Creatori suo»; ExhLD, 11 (Ps 102, 22): «omnes creaturae benedicite Dominum». La lode può essere espressa da tutte le creature, compreso l’uomo: cfr. LaudHor, 6 (Apoc 19, 15): «laudem dicite Deo nostro omnes servi eius et qui timetis Deum, pusilli et magni»; cfr. anche Ps 112, 1: «Laudate pueri Domino»; Ps 116, 1: «Laudate Dominum omnes gentes, laudate Eum omnes populi».

spezialmente…lui: il sole è posto in prima posizione fra i lodati-lodanti e dà il titolo al componimento perché, come è scritto nello Speculum perfectionis, cap. 119: «In mane, quum oritur sol omnis homo deberet laudare Deum qui creavit ipsum pro utilitate nostra, quia per ipsum oculi nostri illuminantur de die […] sol est pulchrior aliis creaturis, et magis potest assimilari Deo, immo in Scriptura ipse Dominus vocatur sol justitiae». Pasero, p. 43 accosta l’immagine del sole simbolo della divinità con il passaggio dell’Apocalisse sulla Gerusalemme celeste (Apoc 21, 23: «non eget sole neque luna ut luceant in ea nam claritas Dei inluminat eam»), recuperando anche un passo pseudodonisiano  già addotto dal Casella per il motivo dell’ineffabilità di Dio (De divinis nominibus, 4, 3: «Ex bono est illud nomen, et imago bonitatis; propter quod et luminis nominatione laudatur bonum, sicut in imagine archetypum manifestatum […] Ita quidem et divinae bonitatis manifesta imago magnus iste et totum splendens et semper lucens sol; secundum multa resonantia boni, et omnia quaecumque partecipare ipso possunt, illuminat et superextentum habet lumen, ad omnem extendens visibilem mundum et sursus et deorsum propriorum radiorum splendores»), nonché un passaggio dello Psalterium decem cordarum di Gioacchino da Fiore («Lucem istam accipiamus quam constat illius vere lucis habere qualecumquem imaginem: que non tam oculos exteriores reproborum hominum quam corda illuminat electorum: et ex qua manat semper illa lux que illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum [Joa 1, 9]: et procedit ille calor qui vivificat omnia. Siquidem ex luce ista que vocatur sol et radius indesineter nascitur: et calor indefesse procedit»). Cfr. anche Gen, 1, 5: «appellavitque lucem diei»; 1, 16: «fecit Deus […] luminare maius ut preesset diei»; Ger, 31, 35: «Dominus qui dat solem in lumina diei».

vv. 10-11 «Sii lodato, mio Signore, per sorella luna e per le stelle: le hai create nel cielo splendenti e preziose e belle».

Laudato…stelle: poiché stabilisce il tipo di partecipazione alla lode divina, l’interpretazione di questo e dei successivi versi in cui compare il per è centrale. Si danno le seguenti ipotesi: 1) per ha valore causale: il Signore deve essere lodato a causa degli attributi delle creature (è l’ipotesi comunemente ammessa); 2) per ha valore strumentale: Dio è lodato dall’uomo per mezzo delle creature; 3) per esprime la funzione d’agente: il Signore deve essere lodato dalle creature; 4) per ha valore mediale: Dio va lodato per tramite delle creature. In tutte le fonti in cui l’azione del lodare o del benedire è all’attivo, l’agente è costituito dalle creature: cfr. ExhLD, 5: «Laudate eum caelum et terra»; Tob 8, 7: «Domine […] benedicant te caeli […] et omnes creaturae quae in eis sunt»; Ps 18, 6: «Coeli enarrant gloriam Dei»; Ps 68, 35: «laudent illum caeli»; Ps 148, 3: «laudate Eum sol et luna; laudate Eum omnes stellae et lumen»; Dan 3, 62-63: «benedicite sol et luna Domino. Laudate […] benedicite stellae coeli Domino» (e cfr. anche infra).

vv. 12-14 «Sii lodato, mio Signore, per fratello vento, per l’aria, sia nuvolosa sia serena, e per ogni tempo attraverso cui dài sostentamento alle tue creature».

Cfr. soprattutto Dan 3, 64 ss.: «Benedicite omnes imber et ros Domino […] benedicite frigus et aestus Domino […], benedicite glacies et nives Domino […] benedicite rores et pruina Domino […] benedicite fulgura et nubes Domino; laudate et superexalate eum»; Ps 148, 7-8: «laudate Dominum […] grando nix glacies spiritus procellarum»; Exod 16, 10: «gloria Domini apparuit in nube»;

vv. 15-16 «Sii lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile e preziosa e pura».

Laudato…acqua: cfr. Ps 148, 4-5: «Aquae omnes quae super coelos sunt laudent nomen Domini»; Dan 3, 60: «benedicite aquae omnes quae uper coelos sunt Domino; laudate et superexaltate Eum».

utile…casta: si noti nella sequenza degli aggettivi l’alternarsi degli attributi (morali e d’utilità in senso lato). casta: qui nel senso di pura, purificatrice; Branca, p. 97 adduce il riscontro della Benedictio aquae: «elemento huic multimodis purificationibus preparato […] ut creatura tua». Secondo Pasero, p. 74 l’aggettivo casta è qui usato in funzione anti-catara: «l’insistenza con cui i catari rifiutano il battesimo con l’acqua incide già sull’area della controversia dottrinale: essendo gli elementi creazione demoniaca, l’acqua è difatti impura, e non – come viceversa sottolinea Francesco, interessato anche qui a sostenere le posizioni dell’ortodossia – «casta»».

vv. 17-19 «Sii lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte: egli è bello, giocondo, robusto e forte».

foco: poiché «serve a mandar luce, a far vedere (non a scaldare, a cuocere, e così via)», esso ha «un mero valore simbolico, sostitutivo del sole, che a sua volta rapresenta l’Altissimo» (PD, I, pp. 31-32). Cfr. Ps 148, 8: «Laudate Dominum […] ignis»; Dan 3, 66: «benedicite ignis et aestus Domino, laudate et superexaltate Eum»; Ps 104, 39: «[Deus] expandit ignem ut luceret eis per noctem».

vv. 20-22 «Sii lodato, mio Signore, per sorella terra, nostra madre, che ci alimenta e ci alleva e produce diversi frutti, i fiori colorati e l’erba».

Laudato…terra: cfr. ExhLD, 5: «Laudate Eum caelum et terra»; Dan 3, 74: «Benedicat terra Dominum; laudet et superexaltet Eum»; Ps 148, «Laudate Dominum de terra»; Tob 8, 7: «benedicant te […] terrae […] et omnes creaturae quae in eis sunt».

la quale…governa: cfr. Gen 1, 29: «Dixitque Deus: Ecce dedi vobis omnem herbam afferentem semen super terram et universa ligna quae habent in semetipsis sementem generis sui, ut sint vobis in escam»; ivi, 11-12: «germinet terram herbam virentem et lignum pomiferum faciens fructum»; Dan 3, 76: «Benedicite universa germinantia in terra Domino».

vv. 23-26 «Sii lodato, mio Signore, per coloro che perdonano (gli altri) per amor tuo e per coloro che patiscono malattie e tribolazioni. Beati quelli che sopporteranno in pace, poiché saranno incoronati da Te, o Altissimo».

quelli…tribulatione: cfr. Adm 3, 8: «Et si ab aliquibus persecutionem inde sustinuerit, magis eos diligat propter Deum»; Adm, 6, 2: «Oves Domini secutae fuerunt eum in tribulatione et persecutione, verecundia et fame, in infirmitate et tentatione et ceteris aliis; et de his receperunt a Domino vitam sempiternam»; Adm, 9,2: «Ille enim [i.e. Dominus] veraciter diligit inimicum suum, qui non dolet de iniuria, quam sibi facit, sed de peccato animae suae uritur propter amorem Dei»; Adm 15, 2: «Illi sunt vere pacifici, qui de omnibus, quae in hoc saeculo patiuntur, propter amorem Domini nostri Jesu Christi in animo et corpore pacem servant»; RegNB, 10,3: «et rogo fratrem infirmum ut referat de omnibus gratias Creatori».

Beatipace: Mat 5, 9-10: «Beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur. Beati qui persecutionem patiuntur rpoter justitiam, quoniam ipsorum est regnum caelorum».

siranno incoronati: Apoc 2, 10: «Esto fidelis usque ad mortem et dabo tibi coronam».

vv. 27-31 «Sii lodato, mio Signore, per nostra sorella morte del corpo, dalla quale non può sfuggire nessun uomo che viva: guai a quelli che moriranno nei peccati mortali; beati quelli che (la morte) troverà immersi nel tuo santissimo volere, perché essi non saranno dannati». Secondo Pozzi, p. 36 «fa difficoltà l’entità astratta della morte congiunta alla concretezza degli uomini tribolati e pacifici. Il procedimento retorico della personificazione non è estraneo all’orizzonte mentale di Fancesco, che l’adotta ampiamente nella Salutatio virtutum». Per Pasero, pp. 36-37, questo passaggio sulla morte va letto in chiave di familiarizzazione con essa; esso è infatti «pienamente coerente con la continua assicurazione di parte religiosa sulla possibilità di una vita oltre la vita […]. Ma il veicolo attraverso cui si esorcizza la morte è nuovamente quello di una familiarizzazione, di un suo chiamarla «sorella», come le altre creature di Dio». Sempre secondo Pasero, p. 75 questo passo si oppone alle dottrine catare, secondo cui la morte (come d’altronde tutto ciò che pertiene al corpo) è stata creata dal demonio.

da…scappare: Eccl 25, 33: «per illam omnes morimur»; Ad Rom 5, 12: «in omnes homins mors pertransiit»; scappare: l’assisiate porta skappare, contro scampare del resto della tradizione: Branca ha optato per la seconda lezione, ritenendo la prima un errore separativo; Casella per la prima, pensando alla seconda come un errore congiutivo della restante tradizione. Baldelli ha mostrato l’esistenza in vari dialetti dell’italia centrale di scappare nel senso di ‘andar fuori’, confermando quindi l’ipotesi di Casella.

Guai…mortali: cfr. RegNB: «Beati qui moriuntur in poenitentia, qui erunt in regno caelorum. Vae illi qui non moriuntur in poenitentia, quia erunt fili diaboli […] et ibunt in ignem aeternum».

morte secunda: è la morte dopo la morte, la dannazione eterna; cfr. Apoc 2, 11: «Qui vicerit non laedetur a morte secunda»; Apoc 20, 6: «Beatus est sanctus qui hanet partem in resurrectione prima: in his secunda mors non habet potestatem»; Apoc 20, 14: «Et infernus et mors missi sunt in stagnum ignis. Haec est mors secunda»; Apoc 21, 8: «pars illorum (peccatorum) erit in stagno ardenti igne et sulphure: quod est mors seconda», dove l’espressione «ha un significato molto concreto – che andrà qui pienamente recuperato -, trattandosi del «lago di fuoco e zolfo» in cui finiranno i reprobi» (Pasero, p. 75). Sempre secondo Pasero il passo è qui posto in opposizione alle dottrine catare secondo cui «l’inferno e il fuoco eterno o punizione eterna sono solo in questo mondo e in nessun altro luogo» (ivi).

vv. 32-33 «Lodate (o fedeli) e benedite mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà».

Laudate…umilitate: cfr. RegNB: «Laudate et benedicite et gratias agite […] cavete et abstinete ab omni malo et perseverate usque in finem in bono».