DIZIONARIO DI METRICA E RETORICA

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Indice dei lemmi

Accento, accumulazione, acròstico, actio, acutezza, adynaton, aferesi, aforisma,  alcaica, alessandrino, allegoria, allitterazione, allusione, ambiguità, amplificazione, anacoluto, anacrusi, anadiplosi, anàfora, anagramma, anàstrofe, anfibologia, annominazione, antanàclasi, antìfrasi, antilogia, antìtesi, antonomasia, apocope, apoftegma, aposiopesi, apòstrofe, asìndeto, assonanza, ballata, barzelletta, bernesca, bisillabo, bisticcio, brachilogia, caccia, cacofonia, calembour, cantare, cantica, canto, canzone, canzonetta, capitolo, captatio benevolentiae, carme, carnascialesco (canto), catàcresi, catàfora, centone, cesura, chiasmo, chiave, circonlocuzione, citazione, cliché, climax, còbbola, coda, commiato, comparazione, concessione, congedo, consonanza, contraffattura, contrasto, decasillabo, deprecazione, dialefe, diàstole, diegesi, dièresi, diesis, discordo, disperata, dispositio, dìstico, distinctio, dittologia, dodecasillabo, ecloga, elegia, elisione, ellissi, elocutio, emistichio, enàllage, endecasillabo, endìadi, ènfasi, enjambement,  entimema, enumerazione, epanadiplosi, epanalessi, epànodo, epanortòsi, epèntesi, epifonema, epìfora, epìfrasi, epigrafe, episinalefe, epìstrofe, epìtesi, epiteto, epodo, esametro, eterometrico, eufemismo, femminile, figura (etimologica, retorica, etc.), fronte, frottola, giambo, gnome, hysteron proteron, iato, ictus, idillio, imparisillabo, imprecazione, inarcatura, incipit, inciso, inno, interrogazione, inventio, inversione, invio, ipàllage, ipèrbato, iperbole, ipermetria, ipometria, ipòstasi, ipotiposi, ironia, isosillabismo, iterazione, kitsch, lassa, lauda, litote, madrigale, maniera, martelliano, maschile, metàfora, metàtesi, metonìmia, metrica, metro, monorima, mottetto, nona rima,  novenario, ode, omofonia, omografia, omoteleuto, onomatopea, ossìmoro, ottava, ottonario, paradosso, paragoge, paragone, paragramma, paralessi, parallelismo, parisillabo, parodia, paronimia, paronomàsia, pastorella, pausa, perifrasi, piede, pleonasmo, poema,  polìmetro, polìptoto, polisindeto, posizione, preterizione, prolessi, prosodia, prosopopea, quadrisillabo, quantità, quartina, quinario, quinta rima, reticenza, rima, ripetizione, ripresa, rispetto, ritmo, ritornello, rondò, schema metrico, schema rimico, schema sillabico, senario, serventese, sesta rima, sestetto, sestina, settenario, sillaba, sillessi, similitudine, sinafìa, sinalefe, sineddoche, sineresi, sinestesia, sinizesi, sirma, sistole, sonetto, stanza, stereotipo, stìchico, stilema, stornello, strambotto, strofe, tenzone, terzina, tmesi, topos, tornada, tractatio, traslato, trimetro giambico, trisillabo, tropo, verso,  volta, zagial, zèugma, zingaresca.

GLOSSARIO

accento: aumento dell’intensità della voce su una vocale della parola. In italiano può cadere sull’ultima, sulla penultima, sulla terzultima o sulla quart’ultima sillaba della parola. All’interno del verso determina il ritmo (v.).

accumulazione: figura per la quale si sommano serialmente (ma non necessariamente in modo ordinato) diversi elementi linguistici, siano essi nomi, aggettivi, verbi o frasi.  Esempio: «Ricorderò sempre quella bella donna, gentile e intelligente, piena di vita, dai molti interessi». 

acròstico: componimento poetico in cui le lettere iniziali dei versi, lette in sequenza, vengono ad avere un senso compiuto, sia esso un nome di persona o di cosa o una frase.

actio: quarta parte della retorica classica, quella che pertiene alla gestualità del retore, alla sua dizione e alla recitazione.

acutezza: termine corrispondente allo spagnolo agudeza, che designava presso gli autori del Seicento la ricerca di raffinatezze concettose e di giochi linguistici e retorici ingegnosi e arguti..

adonio: nella metrica latina era il quarto verso della strofe saffica, composto da un dattilo (lunga breve breve) e da un trocheo (lunga breve: v. piede).

adynaton: figura consistente nell’utilizzo a fini retorici di fatti impossibili. Esempio: «Cacciare la lepre con il bue».

aferesi: eliminazione della vocale o della sillaba ad inizio di parola. Esempio: ‘nanzi‘sta sera.

aforisma: definizione che riassume brevemente, ma precisamente, il risultato di considerazioni, ragionamenti, giudizi ed esperienze.

alcaica: cf. Elementi, §000.

alessandrino: tipo di verso che trae il nome dal Roman d’Alexandre, un romanzo antico francese del XII secolo. In francese e in provenzale è composto da due esasillabi, equivalenti in italiano a due settenari (v.)

allegoria: figura retorica per cui l’autore assegna ad un termine del discorso un significato nascosto diverso da quello letterale. L’interpretazione allegorica è un procedimento esegetico fondamentale del Medioevo, quando venne utilizzata a fini didattici ed edificanti, e si lessero le opere della classicità in modo da rintracciarvi le verità cristiane. Si può intendere l’allegoria anche come una metafora (v.) prolungata: se il pensiero viene manifesatato si entra nel campo della similitudine (v.).

allitterazione: ripetizione della stessa consonante o della stessa sillaba all’inizio o all’interno di due o più parole contigue, come ad esempio in Petrarca «Di me medesmo meco mi vergogno»  (Canzoniere, I, v.11). Nella letteratura italiana l’allitterazione è soprattutto un ornamento retorico volto ad evidenziare o esaltare i rapporti di significato tra le parole, ma può avere anche funzione onomatopeica (v.).

allusione: figura retorica vicina all’antonomasia (v.), per la quale si dice qualcosa volendo che il ricevente del messaggio ne comprenda il significato riposto. Si tratta di una sorta di enigma, in cui viene fornita una comparazione incompleta: attraverso uno o più elementi comuni, il comparante deve far intuire il messaggio in assenza del comparato. Esempio: «è un don Abbondio», per dire «è un uomo senza coraggio».

ambiguità: si ha quando una parola o una frase ha un doppio senso. La critica letteraria ha ampliato la nozione fino a farne una delle caratterisiche fondamentali del linguaggio poetico, nel quale si possono sempre rintracciare molteplici significazioni differenti.

amplificazione: figura volta ad accentuare alcuni significati, attraverso la ripetizione dell’idea di base in modo diverso e più incisivo. In genere la ripetizione è soggetta a climax (v.) ascendente.

anacoluto: frase sintatticamente irregolare, in cui la prima parte non è collegata correttamente alla successiva. Esempio: «Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto» (Manzoni).

anacrusi: sillaba fuori misura che precede il primo accento del verso. Un caso molto diffuso e particolare è quello del novenario con anacrusi prima della sesta sillaba.

anadiplosi: figura retorica per la quale si riprende all’inizio di un verso o di una frase una parola o un sintagma finale del verso o della frase precedente. Se la ripresa avviene tra due strofe, e in modo sistematico si ha il procedimento delle «coblas capcaudadas».

anàfora: figura retorica che consiste nella ripetizione di una parola o di una espressione all’inizio di versi, strofe o enunciati consecutivi, secondo lo schema /x…/x…/x…, etc. In poesia si può distinguere l’anafora tra successivi inizi di verso, quella tra inizio di verso e metà verso, quella in punti differenti del verso e quella con ripetizione di interi versi. Esempio: «Per me si va nella città dolente / per me si va nell’eterno dolore, / per me si va tra la perduta gente» (Dante).

anagramma: gioco per lo più utilizzato nell’enigmistica, ma fatto propro spesso anche dal linguaggio poetico, nel quale la disposizione delle lettere di una parola o di una frase vengono sottoposte a permutazione in modo da ottenere un’altra parola o frase di significato diverso. Notissimo l’esempio della leopardiana A Silvia, in cui la parola finale di frase, salivi, costituisce l’anagramma del nome Silvia.

anàstrofe: figura sintattica per la quale l’ordine abituale di due parole viene rovesciato. Esempio: «eccezion fatta»; «cammin facendo».

anfibologia: enunciato che ammette doppio senso a causa della costruzione sintattica o dell’ambiguità di significato delle parole. Esempio: «l’amore di Gesù»; «quel cane del tenore».

 

annominazione: figura retorica che consiste nella giustapposizione di termini con uguale radice, ma diversa forma grammaticale. Famosissima l’annominazione dantesca in «Amor ch’a nullo amato amar perdona».

antanàclasi: ripetizione di una parola all’interno dello stesso enunciato con significato in parte o del tutto diverso. Esempio: «non ho voglia di andarvi, voglia farlo Lei».

antìfrasi: figura di valore ironico, con cui si afferma il contrario di quello che si enuncia. Esempio: dire «quanto sei furbo!» a qualcuno che ha fatto una sciocchezza.

antilogia: unione di due parole con significato opposto (v. anche ossimoro). Esempio: concordia discors.

antìtesi: contrapposizione di parole o frasi di significato opposto. Esempio: «Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tosco» (Dante).

antonomasia: figura per la quale si adopera un nome proprio al posto di un nome comune perché la persona che possiede il nome proprio riveste più di altre le qualità significate dal nome comune. Esempio: «è un Adone» per dire che una persona è bella. Il termine è usato anche per il concetto contrario, quando cioè si sostituisce al nome proprio di un personaggio noto un epiteto o una perifrasi che ne rappresenta una caratteristica. Esempio: «il Notaro» per indicare Giacomo da Lentini (v. anche metonimia e sineddoche).

apocope: troncamento dell’ultima vocale o dell’ultima sillaba di una parola davanti alla consonante della parola seguente. Esempio: «cammin di nostra vita» (per cammino). Se l’ultima lettera prima del troncamento è una vocale in italiano si usa graficamente l’apostrofo: vo’  per voglio ; i’  per io .

apoftegma: Detto memorabile, sentenza breve

aposiopesi: v. reticenza.

apòstrofe: figura per la quale ci si rivolge enfaticamente a persona o cosa personificata della quale in precedenza si era parlato in terza persona. Esempio: «Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove il sì suona» (Dante).

asìndeto: abolizione dei legami di congiunzione o disgiunzione fra parole o fra proposizioni.

assonanza: se la rima (v.) è l’uguaglianza tra i suoni di due o più parole a partire dall’ultima sillaba accentata, l’assonanza può dirsi una rima imperfetta, poiché solo  in parte ha un corrispondente fonico in un’altra parola. In genere l’uguaglianza è di tipo vocalico, mentre le consonanti sono del tutto o parzialmente diverse come nel caso di amore-morte dove abbiamo l’uguaglianza del binomio vocalico o-e e della consonante r. Si ha invece «assonanza consonantica» o «consonanza», quando le vocali sono differenti, ma le consonanti uguali (p. es. certo-carta). All’interno della strofe (v.) le parole in rima perfetta possono anche essere in rapporto di assonanza con un altro gruppo di rime interno alla stessa strofe: per esempio nella serie amore-morte-dolore-forte le parole amore-dolore e morte-forte sono in rima tra loro, ed entrambe le coppie sono in reciproco rapporto di assonanza. Talvolta la disuguaglianza tra le consonanti è minima e l’assonanza è simile alla rima (parentado-abbracciato).

ballata: v. Elementi, §000.

barzelletta: canzonetta composta soprattutto nella poesia musicata del Quattrocento. Ha lo schema metrico strutturale della ballata (v. Elementi, §000), ma è in genere formata da ottonari , con ripresa di quattro versi.

bernesca: poesia composta secondo i modi giocosi e beffardi di Francesco Berni (1498-1535).

bisillabo: (o binario?) verso il cui unico accento cade sulla prima sillaba: può essere composto da una sola sillaba, se tronco, da due se piano, da tre se sducciolo, da quattro se bisdrucciolo.

bisticcio: corrispondenza fra parole su base fonica, per la quale vengono accostati termini con le stesse consonanti, ma diverse vocali. Antonio da Tempo fornisce il seguente esempio: «Colui che mira quando l’uomo more / spesso si menda di cose del mondo; / perché la tenda che iace nel tondo / zunze con ira, e non si vegon l’ore»

brachilogia: si ha quando alcuni elementi sintattici comuni a due o più proposizioni vengono forniti solamente nella prima proposizione e sottintesi nelle altre. Esempio: «Il padre decise di partire, la madre di restare».

caccia: Forma musicale polifonica in uso a Firenze  nella seconda metà del Trecento. Famoso è Passando con pensier di Franco Sacchetti. Ha la struttura metrica del madrigale o della ballata (v. Elementi).

cacofonia: effetto fonico sgradevole per l’ascoltatore, provocato dall’accostamento di suoni uguali o contrastanti. In particolare nella poesia del Novecento può essere intenzionale, a fini per lo più espressionitici.

calembour : gioco di parole fondato sulla duplicità di senso di un enunciato o di una parola. E’ usato in funzione per lo più comica o mnemotecnica nel linguaggio della pubblicità. Per l’ambito letterario v. bisticcio  e paronomasia .

cantare: v. Elementi, §000.

cantica: termine utilizzato da Dante per designare genericamente il Purgatorio ed esteso a tutt’e tre le parti di cui si compone il poema.

canto: indica genericamente il componimento poetico. Talvolta è utilizzato per le distinzioni interne ai poemi, come sinonimo di libro o di capitolo. In particolare è utilizzato per le unità poetiche concluse della Divina Commedia (v. Elementi, § 000).

canzone: v. Elementi, §000.

canzonetta: v. Elementi, §000.

capitolo ternario: termine indicante un componimento in terzine (v. Elementi, §000), indipendentemente dal genere letterario cui appartiene. E’ detto anche semplicemente capitolo. Con capitolo quadernario si intende invece una forma poetica in uso specialmente nel Quattrocento, composta da quartine di tre endecasillabi e un settenario, secondo lo schema rimico ABbC CDdE EFfG etc., oppure ABbA ACcD DEeF etc.

captatio benevolentiae: espediente retorico topico, generalmente posto all’inizio del componimento,  attraverso il quale l’autore intende sollecitare nel lettore la comprensione e un  atteggiamento non ostile verso la propria opera. Famosa la captatio benevolentiae all’inizio dell’Orlando Furioso di Ariosto: «Piacciavi, generosa Erculea prole, / ornamento e splendor del secol nostro, / Ippolito, aggradir questo che vuole / e darvi sol può l’umil servo vostro».

carme: Indica un genere letterario non meglio definito. Foscolo usa questo termine per i suoi Sepolcri.

carnascialesco (canto): forma di ballata (v. Elementi, §000), sul tipo della barzelletta (v.) o della frottola (v.), con ripresa di due o tre versi, in uso a Firenze nel Quattrocento in occasione dei tornei carnevaleschi.

catacresi: metafora (v.) entrata nell’uso comune e quindi non più intesa come tale; è utilizzata il più delle volte per indicare cose che altrimenti non avrebbero nome. Esempio: «collo di bottiglia».

catàfora: si ha quando una parola che normalmente sarebbe posta all’inizio della frase, perché soggetto, viene invece posta alla fine. Esempio: «baciò la sua petrosa Itaca Ulisse» (Foscolo).

centone: si dice di un componimento ricavato tramite la giustapposizione di pezzi noti di uno o più autori famosi. Dalla decontestualizzazione dei brani si ottiene spesso un risultato comico. E’ un’operazione in uso ancor’oggi, anche da parte dei mezzi di comunicazione di massa.

cesura: pausa metrica interna che ripartisce il verso in sottostrutture sillabiche, non necessariamente uguali tra loro, né coincidenti con le altre dell’insieme poetico in cui il verso è posto. In italiano coincide con la fine di una parola del verso. Esempio: «Nel mezzo del cammin // di nostra vita». Per le diverse cesure dell’endecasillabo e degli altri versi italiani, v. Elementi  §OOO. 

chiasmo: la figura deriva il nome dalla lettera greca chi, X (a forma di croce) e consiste nell’ordinare quattro elementi in modo tale che abbiano qualità identiche o analoghe i due estremi e i due mediani, secondo lo schema ABBA. Può riguardare la disposizione dei nomi («le donne, i cavalier, l’arme gli amori»), dei sintagmi «Ovidio è il terzo e l’ultimo è Lucano», delle proposizioni («non bisogna mangiare per vivere ma bisogna vivere per mangiare»). 

chiave: verso di unione tra la sirma e la fronte di canzone (v. Elementi, §000).

circonlocuzione: figura consistente nel sostitituire al nome di una cosa (o di una persona) una serie di parole che ne designano una qualità rilevante. E’ utilizzata al fine di evitare ripetizioni, o per eludere termini troppo crudi o troppo alti. Esempio: «Colui che tutto move» per indicare Dio.

citazione: non è raro che nel testo letterario venga eplicitamente ripresa una frase presente in un’altro testo, con funzione anche retorica. La citazione può essere fatta con intento ironico o per riconnettersi ad una tradizione autorizzata. Per il primo caso si pensi alla citazione di tono sarcastico che Leopardi fa nella Ginestra  del verso di Terenzio Mamiani «le magnifiche sorti e progressive»; per il secondo è particolarmente illuminante la ripresa fatta da Petrarca nella canzone Lasso me, ch’i’ non so in qual parte pieghi, dei versi iniziali di alcuni notissimi testi lirici di autori precedenti.

cliché: frase fatta, espressione letteraria molto utilizzata (anche in contesti non letterari) e quindi divenuta banale, priva di originalità. Per esempio nel linguaggio giornalistico: «il gran rifiuto» (v. anche stereotipo, stilema, formula, maniera, kitsch,topos .)

climax: (o gradazione) procedimento per il quale gli elementi di una serie linguistica (frasi, sostantivi, aggettivi) o ritmica vengono disposti secondo una progressione ascendente, dimostrando quindi un’amplificazione (v.).

còbbola: derivato dal provenzale cobla, il termine è talvolta utilizzato per indicare la stanza, cioè l’unità complessiva che viene ripetuta nei testi strofici (v. Elementi, §000).

coda: questo termine può indicare la parte finale di una stanza (ed è in tal caso sinonimo di sirma , v.), o di un componimento (come nel sonetto caudato) o un verso, generalmente breve, che chiude la strofe del sirventese.

commiato: v. congedo.

comparazione: (o paragone) figura per la quale si mettono a confronto due o più termini, preceduti dalle forme correlative come…così  quale…tale.

concessione: figura per la quale si finge di ammettere che l’ipotesi opposta a quella che si vuol sostenere sia la giusta. Si concede in pratica la ragione (o una parte di essa) all’avversario vero o supposto. Esempio: «Ammettiamo pure che tu non ci sia andato. Comunque non puoi negare che quella sera eri nelle vicinanze».

congedo: serie di versi con cui si può chiudere la canzone. Metricamente corrisponde all’ultima parte della stanza e spesso coincide con la sirma; più raramente ha uno schema suo proprio (v. Elementi, §000). E’ anche detto commiato o invio. Cf. anche tornada.

consonanza: v. assonanza . Talvolta con tale termine si designa la rima (v.) o la paronomasia (v.).

contraffattura: procedimento che consiste nel comporre un testo utilizzando lo schema metrico e la melodia di un altro testo. Cf. Elementi, §000.

contrasto: componimento poetico che rapresenta una discussione, una disputa o un litigio tra due persone o personificazioni. Famoso è il contrasto di Cielo d’Alcamo Rosa fresca aulentissima. V. anche tenzone.

correzione: v. epanortosi.

decasillabo: verso il cui accento finale cade sulla nona sillaba. Se ha gli accenti secondari sulla terza e sulla sesta sillaba ed è privo di cesura, si indica come «decasillabo manzoniano», perché è usato dal Manzoni in Marzo 1821 e nel coro del Conte di Carmagnola.

deprecazione: figura per la quale si ammette (o si dà per implicito) un reato, ma si implora il destinatario perché dia un giudizio di non completa condanna, in virtù dei meriti del reo o dei vantaggi che il destinatario da tale giudizio potrà trarre. Il termine è utilizzato anche nella semplice accezione di implorazione.

dialefe: fenomeno metrico opposto alla sinalefe (v.), per il quale due vocali contigue, ma in parole diverse, vanno considerate come appartenenti a due sillabe distinte. La dialefe è meno frequente della sinalefe; ne troviamo un esempio nel terzo verso della Divina Commedia, «Ché la diritta via era smarrita», dove la a  di via e la e  di era appartengono a due sillabe differenti. Questo fenomeno corrisponde alla dieresi (v.) all’interno della parola.

diàstole: nella versificazione italiana è lo spostamento dell’accento per ragioni ritmiche, rimiche, o più generalmente culturali, in direzione della fine della parola. Per esempio in Cleopatràs, come in altri nomi greci o «esotici», si ha un trattamento ossitonico non motivato dall’etimologia, ma dall’influsso francese. Così si ha anche Ettòrre accanto ad Ettore e Annibàlle accanto ad Annibale.

diegesi: insieme delle vicende narrate in un racconto. Racconto, storia.

dièresi: si ha quando due vocali in contatto all’interno di una parola vengono cosiderate come facenti parte di due sillabe distinte. Si può indicare graficamente con due punti al di sopra della prima vocale implicata. E’ fenomeno opposto alla sineresi (v.) e corrisponde alla dialefe tra parole.

diesis: termine usato nel De vulgari eloquentia da Dante per indicare il punto di divisione della stanza in due parti metriche nettamente individuabili, siano esse piedi (v.) e sirma (v.), piedi e volte (v.) o fronte (v.) e volte (v. Elementi, §000).

discordo: v. Elementi, §000.

disperata: v. Elementi, §000.

dispositio: termine della retorica classica utilizzato per indicare il secondo dei cinque momenti di elaborazione del discorso. Riguarda la scelta delle idee, delle parole e delle modalità artistiche dell’espresione e quindi l’ordine che viene imposto alla materia da trattare e la sua disposizione interna. L’ordine può essere «naturale» o «artificiale»: il primo è la normale condizione attraverso cui i pensieri vengono espressi e corrisponde allo svolgimento degli avvenimenti in modo storico, secondo l’ordine che ad essi la natura ha assegnato; il secondo, invece, riguarda le figure (v.) e corrisponde ad una disposizione dei fatti o delle cose diversa da quella reale, come avviene ad esempio nell’Odissea o nell’Eneide, in cui l’ordine dei fatti non procede linearmente, ma inizia in medias res e tocca gli avvenimenti precedenti attraverso la narrazione del personaggio principale. La dispositio deve appunto provvedere alla distribuzione di ordo naturalis e ordo artificialis all’interno del discorso.

dìstico: coppia di versi costituente un’unità stofica. Nella metrica classica è usatissimo il distico elegiaco, formato da un esametro e da un pentametro. I distici della metrica romanza sono invece per lo più isometrici, sono cioè costituiti da versi della stessa misura di sillabe, ed hanno la rima baciata, secondo lo schema aa bb cc dd etc.

distinctio: segmento melodico corrisponente ad un verso.

dittologia: con questo termine si fa riferimento a una struttura linguistica costituita da due elementi della stessa categoria, uniti dalla congiunzione e. E’ molto frequente nella lingua poetica delle origini. In genere ha un valore ritmico e metrico, anche se dal punto di vista semantico ha la funzione di mettere in rilievo alcune zone del testo. Esempio: «Solo e pensoso i più deserti campi / vo mesurando a passi tardi e lenti» (Petrarca).

dodecasillabo: verso piuttosto raro in italiano, formato di dodici sillabe, con l’undicesima sillaba tonica e composto per lo più da due senari. Secondo questa modalità è utilizzato dal Manzoni ad imitazione del verso de arte mayor spagnolo: cf. Adelchi III «Dagli atri muscosi, dai fori cadenti». Il tipo formato da ottonario e quadrisillabo è invece presente in Carducci.

ecloga: composizione poetica con argomento pastorale, ad imitazione delle Bucoliche di Virgilio. I pastori svolgono la loro vita campestre in un paesaggio mitico del tutto idealizzato, e qui si danno ai piaceri e agli amori e ingaggiano gare poetiche. Questo genere poetico fu continuato nel Medioevo, ebbe una netta evoluzione tematica con l’Arcadia del Sannazzaro e rifiorì nel Settecento.

elegia: genere poetico in distici (v.) di esametri e pentametri presente nelle lettature classiche. Tematicamente l’elegia era piuttosto varia, potendo trattare argomenti tristi o lieti. A partire dal medioevo indicò invece uno dei tre generi fondamentali della letteratura, insieme alla tragedia e alla commedia: Boccaccio indicò con il titolo di Elegia di Madonna Fiammetta un testo in prosa, di argomento nostalgico-amoroso.

elisione: si ha elisione quando la vocale in fine di parola cade davanti alla vocale con cui inizia la seguente. E’ presente sia nella lingua parlata, che in quella scritta, dove viene marcata con il segno grafico dell’apostrofo. E’ usata in modo massiccio nella lirica delle origini, mentre tende ad essere evitata nella poesia contemporanea.

Esempio: «Voi ch‘ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond‘io nudriva ‘l core».

ellissi: si ha quando viene sottintesa una parte della frase, senza che venga compromessa la possibilità di intendere il senso del discorso.

Esempio: nel proverbio «A buon intenditor, poche parole» viene sottinteso il verbo, «sono necessarie», «bastano».

elocutio: è la terza parte della retorica classica e riguarda la scelta delle parole e delle idee nonché la combinazione di esse all’interno di un discorso. E’ senz’altro la parte più rilevante della retorica, poiché regola il campo della formazione dei tropi o figure (v.).

emistichio: con questo termine, che letteralmente significa «metà verso», in genere si intende una delle due o più parti in cui il verso è ripartibile tramite cesura (v.). Non è raro che un emistichio interno sia rimato e che assuma autonomia di verso.

enàllage: figura retorico-grammaticale che consiste nell’usare una parte del discorso al posto di un’altra. Lo scambio può avvenire tra i vari modi e tempi del verbo, tra l’aggettivo e l’avverbio, tra numeri o generi nominali. Esempi: «le mura dell’alta Roma» per «le alte mura di Roma»; «parla chiaro» per «parla chiaramente»; «vado via domani» per «andrò via domani».

endecasillabo: verso imparisillabo di dieci sillabe fino all’ultima tonica, undici nella forma con uscita piana. E’ il verso più utilizzato nella poesia italiana. Ha un secondo accento principale mobile, che cade per lo più sulla quarta (endecasillabo a minore)  o sulla sesta sillaba (endecasillabo a maiore), ma può anche cadere sulla seconda, sulla terza o sulla settima. Negli endecasillabi a minore un accento secondario cade spesso sull’ottava. La cesura (v.) è posta alla fine della parola con l’accento mobile e non ha quindi una collocazione fissa: nel verso «Si che il piè fermo // sempre era il più basso» (Dante) l’accento mobile cade sulla quarta sillaba del verso e la cesura è posta dunque dopo «fermo». Talvolta la cesura è assente dall’endecasillabo e in alcuni casi si può avere una cesura doppia. Dal XVI secolo in Italia fu in uso il cosiddetto endecasillabo sciolto,cioè privo di rima. V. anche Elementi, §000.

endìadi: figura per la quale si sostituisce una coppia di nomi legata dalla congiunzione ad una normale serie grammaticale nome-aggettivo o nome-complemento o nome-proposizione relativa.

ènfasi: nella retorica classica l’enfasi consiste nella definizione di una caratteristica in modo implicito, senza che essa sia espressa manifestamente: così la frase «quello è uomo» può assumere significati differenti, a seconda che si intenda «uomo» nel senso forte del termine cioè «vero uomo, forte e sicuro» o che lo si relazioni al tutto e lo si veda quindi come debole e soggetto all’errore. In questi casi sarà soprattutto attraverso i messaggi della voce che si potrà distinguere tra i due significati. Così per l’oratore e per l’attore l’enfasi coinciderà con l’aumento di intensità della voce, e questo significato traslato viene assunto dalle lingue moderne, dove l’enfasi è una figura retorica per la quale viene messa in esagerato rilievo una parte del discorso attraverso la ripetizione di un membro, sia esso una parola o una frase. Altri esempi: «un padre è sempre un padre»; oppure: «quella sì che è una persona intelligente!».

enjambement: termine francese esteso all’italiano; indica la non coincidenza tra la fine del verso e la fine della frase. Le modalità più frequenti e rilevanti dell’enjambement sono quelle tra aggettivo e nome, tra complemento e predicato, o tra due parti del verbo. Per l’enjambement è stato usato nell’italiano del Cinquecento il termine «inarcatura». Nel seguente esempio tratto da un sonetto di Petrarca si hanno tre enjambements di seguito: «Tempo non mi parea da far riparo / contra colpi d’Amor: però m’andai / secur, senza sospetto; onde i miei guai / nel commune dolor s’ncominciaro.». Molto raramente si può avere l’enjambement tra strofe e strofe.  

entimema: secondo Aristotele è un sillogismo che argomenta a partire da premesse non certe, ma da Boezio in poi il termine indica un sillogismo ellittico, in cui cioè una delle due premesse viene omessa: anziché il normale sillogismo «Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; ergo: Socrate è mortale» un entimema sarebbe: «Socrate è mortale come tutti gli uomini».

enumerazione: figura secondo la quale si raggruppano parole o sintagmi per asindeto o per polisindeto. Nella retorica classica era usata per riepilogare concetti espressi precedentemente in modo più diffuso. E’ figura assimilabile all’accumulazione (v.), dalla quale però si distingue per il maggiore ordine logico nella successione degli elementi elencati. E’ frequente soprattutto nella letteratura del Novecento, dove l’uso ellittico di essa può assumere una valenza semantica importante, in quanto tesa a rappresentare l’andamento dei ricordi o il flusso dei pensieri.

epanadiplosi: figura retorica consistente nel riprendere  una parola usata all’inizio di una frase o di un verso alla fine della frase o del verso stesso. Esempio: «Vede perfettamente ogni salute / chi mia donna tra le donne vede» (Dante).

epanalessi: figura retorica che consiste nel ripetere una o più parole all’interno della stessa frase, sottolineando il fatto che le si sta ripetendo, al fine di mettere in rilievo il concetto espresso. Esempio: «Ma passavan la selva tuttavia, / la selva, dico, di spiriti spessi».

epànodo: figura consistente nel riprendere un concetto espresso in precedenza per arricchirlo con ulteriori dettagli. Esempio: «Ci sono due grandi scrittori nella letteratura italiana: Dante e Boccaccio. Dante per la poesia e Boccaccio per la prosa».

epanortòsi: figura per la quale si torna su ciò che è stato espresso in precedenza per sfumarne i toni o per farne parziale ritrattazione. Esempio: «Tu lo hai portato alla rovina, anzi,  che dico, lo hai ucciso!».

epèntesi: inserzione di uno o più fonemi non etimologici in una parola, per ragioni fonetiche, eufoniche o metriche, e talvolta per analogia. V. ad esempio l’adattamento italiano Lanzichenecco della parola tedesca Landsknecht  o la forma popolare savona per sauna.

epifonema: sentenza adibita a concludere enfaticamente un discorso. Esempio:

epìfora: figura contraria all’anafora (v.) consistente nella ripetizione di una parola o una frase alla fine di più versi o periodi, secondo lo schema /…x/…x/. Sinonimo di epistrofe; v. anche refrain.

epìfrasi: aggiunta, espansione, completamento di una frase già sintatticamente conclusa, al fine di amplificare o correggere ciò che è stato precedentemente detto. Può avere carattere esclamativo. Esempio: «Voi siete la mia gioia. Ed anche il mio dolore».

epigrafe: iscrizione volta a conservare la memoria di un defunto o a commemorare un episodio rilevante. In letteratura è particolarmente rilevante l’utilizzo dell’epigrafe posta all’inizio di un testo, sia esso un intero libro, un capitolo o una poesia, per dedica o ricordo, o come citazione autorevole che introduca uno scritto scientifico, o talvolta semplicemente come frase cara all’autore.

episinalefe: sinalefe (v.) tra la vocale finale di un verso e vocale iniziale del verso successivo, in modo che questo non risulti ipermetro. Era presente già nella poesia latina (v. i versi di Orazio «me Capitolinus convictore usus amicoque / a puero…»). Utilizzata per lo più nella poesia antica e in quella popolare, venne ripresa dal Pascoli. L’episinalefe è più frequente tra emistichi (v.) che tra versi veri e propri. Nella letteratura italiana  è piuttosto rara. V. anche sinafia.

epistrofe: v. epìfora.

epitesi (o paragoge): aggiunta di uno o più suoni alla fine di una parola, per ragioni metriche o per evitare che essa risulti tronca. Particolarmente usata in toscano e in alcune forme popolari o dialettali. Esempio: fue per fubare per bar.

epiteto: aggettivo qualificativo o sostantivo o locuzione che determinano come apposizione o attributo un nome proprio, fissandone una caratteristica specifica. Esempio: «Achille piè veloce».

epodo: nella poesia classica, un distico formato da un verso breve che segue un verso lungo, ovvero la terza parte di una composizione metrica nella quale due o più strofe uguali (strofe e antìstrofe) si chiudono con una strofe eterogenea (epodo). Nella metrica barbara Carducci si è servito di questo schema riproducendo per esempio lo schema trimetro giambico più dimetro giambico con un endecasillabo sdrucciolo seguito da un settenario. Esempio: «Scendon con murmuri che a gli antri chiamano / echi d’amor superstiti».

esametro: il verso più importante della metrica classica, usato prevalentemente nella poesia epica. E’ formato da cinque dattili, sostituibili da spondei (tranne che nel quinto piede dove la sostituzione è rara) mentre l’ultimo piede può essere un trocheo o uno spondeo. Fu riprodotto dalla poesia italiana secondo varie soluzioni: Carducci lo rese con un doppio verso: il primo oscillante da quinario a ottonario e il secondo da da ottonario a endecasillabo e sempre con terminazione piana. 

eterometrico: testo con versi di differente lunghezza, anche se di struttura regolare.

eufemismo: figura per la quale si sostituisce una parola o un’espressione ritenuta troppo cruda o realistica, con un’altra parola o perifrasi che ne attenui la durezza. Esempio: «Non è più tra noi», «è andato in cielo», «è passato a miglior vita» per dire «è morto». Manzoni lo riteneva figura ipocrita: «gli legano i polsi con certi ordigni, per quell’ipocrita figura d’eufemismo, chiamati manichini». In effetti essa è dovuta alle convenzioni socio-linguistiche che mettono al bando alcuni concetti e rispettive parole. Si colloca tra le figure di equivalenza semantica: v. circonlocuzione, litote, antifrasi.

femminile: nella metrica provenzale e francese la parola e quindi la rima con terminazione piana, mentre quella con terminazione tronca è detta maschile.

figura:  modalità dell’espressione, che attua una modifica al materiale linguistico grezzo del discorso normale, operando una deviazione rispetto ad esso. Le figure pertengono alla retorica e ne costituiscono uno degli aspetti più rilevanti: costituiscono infatti un fenomeno relativo alla dispositio (v.). Tipiche del linguaggio letterario, non sono assenti anche dal linguaggio comune. D’altronde va considerata la difficoltà, almeno in alcuni casi, di individuare la norma rispetto alla quale la figura deve operare lo scarto: linguisticamente la norma si evolve nel tempo e spesso quelle che in passato erano considerate figure, in seguito sono divenute comuni del linguaggio. Così nella teoria retorica contemporanea si definisce la figura come «distanza tra segno e senso, come spazio interno del linguaggio» (Genette). La retorica cataloga quindi le figure e dà loro significati speciali dipendenti dall’utilizzo che storicamente è stato fatto di esse. Lo scrittore che usa una figura «significa la letteratura». Nella retorica antica si distinguono le figure di pensiero, di significazione, di elocuzione, di dizione, di ritmo, di costruzione. Modernamente si è tentato di catalogare le figure sulla base della struttura linguistica e quindi relativamente alle trasformazioni formali e semantiche di parola e di frase. Le modifiche della parola a livello formale comprendono ad esempio le figure dell’aferesi, dell’apocope, della sincope, della sineresi, della dieresi, etc.; le modifiche della frase  comprendono l’ellissi, lo zeugma, l’asindeto, l’enumerazione, la ripresa e il polisindeto, l’anacoluto. Sul piano delle operazioni sul significato avremo la sineddoche, l’antonomasia, il paragone, la metafora, la metonimia, l’ossimoro se l’intervento è fatto a livello della parola, se invece l’intervento investe la frase avremo la litote, l’iperbole, la ripetizione, il pleonasmo, l’antitesi, l’eufemismo, l’allegoria, il paradosso etc.

fronte: la prima delle due parti in cui può dividersi la canzone. Secondo la terminologia di Dante si utilizza il termine «fronte» solamente se la prima parte è indivisa, mentre se si ha una ripartizione interna bisognerà parlare di «piedi» (v.).

frottola: componimento poetico con struttura strofica irregolare, con versi di misure differenti, ma con schema rimico regolare (in genere a rima baciata con struttura aa bb cc etc. o aaa bbb ccc etc.). Il contenuto è vario e particolare, tendente al non-senso, in una successione di pensieri sconnessi, di sentenze e proverbi. Simili alla frottola sono gli gliòmmeri (gomitoli) napoletani, in voga nel Quattrocento, con schema ab bc cd de ef etc.

giambo: piede della metrica classica, costituito da una sillaba breve e una lunga. Metri giambici importanti sono il trimetro e il senario giambico. Nella metrica italiana si parla di ritmo giambico quando si alternano sillabe atone e sillabe toniche.

gnome: frase breve, massima, proverbio con contenuto morale.

hysteron proteron: letteralmente «l’ultimo come primo» si ha quando viene rovesciata la successione degli avvenimenti e quindi il termine finale di un’argomentazione impostata in senso cronologico viene posto in posizione iniziale. Esempio: «Tu non avresti in tanto tratto e messo / nel foco il dito», dove viene invertito l’ordine comune dell’azione del mettere il dito nel fuoco e successivamente ritrarlo per l’eccessivo calore.

iato: fenomeno per il quale due vocali a contatto fanno parte di due sillabe diverse. Si ha nella dialefe (v.) e nella dieresi (v.).

ictus: nella metrica classica indica la battuta che marca i tempi forti interni al verso. Il termine è utilizzato nella metrica moderna per indicare le posizioni (v.) ritmiche con l’accento metrico.

idillio: componimento simile all’ecloga (v.) in cui viene riprodotta una situazione bucolica di grande calma e serenità.

imparisillabo: verso con un numero dispari di sillabe, nella variante piana: in italiano il trisillabo, il quinario, il settenario il novenario e l’endecasillabo.

imprecazione: figura nella quale viene espresso malaugurio verso qualcosa o qualcuno ritenuto responsabile di cattive azioni, per le quali l’imprecante esprime il suo sdegno. Esempio: «Ahi Pisa, vituperio delle genti / del bel paese là dove ‘l sì suona, /poi che i vicini a te punir son lenti, / muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce, / sì ch’elli anneghi in te ogni persona!» (Dante).

inarcatura: v. enjambement.

incipit: le parole iniziali di un testo. L’inicipit è spesso utilizzato per indicare i componimenti poetici senza titolo e riconoscerli.

inciso: inserimento nel discorso di un enunciato che spezza in due il periodo principale. Viene contrassegnato graficamente dalla parentesi o da due trattini orizzontali.

inno: tipo di composizione religiosa, legata alla musica e al canto. Presente già nelle letterature classiche, ebbe importanza fondamentale nella liturgia e quindi nel canto gregoriano. Dall’imitazione della sua struttura ebbero origine i componimenti strofici mediolatini e volgari. Il carattere solenne dell’inno ne fece un genere praticato fino all’Ottocento (si vedano gli Inni sacri di Manzoni), non solo in ambito religioso, ma anche civile e patriottico (si pensi all’inno di Mameli).

interrogazione retorica: frase interrogativa, nella quale la risposta è già implicita nella domanda. E’ usata quando il richiedente non ha bisogno di informazione, ma tende ad enfatizzare un concetto di cui è già convinto. Esempio: «Napoleone non fu forse un grande generale?».

inventio: nella retorica classica è l’atto del reperire mentalmente la materia, il contenuto con cui formare il discorso. E’ la prima delle cinque parti in cui è suddivisa la retorica (v. anche dispositio, elocutio, actio, memoria).

inversione: figura che consiste nel ribaltare l’ordine normale di una frase. In italiano, dove viene considerata normale la sequenza soggetto-predicato-complemento, l’inversione più comune è quella di porre alla fine il soggetto. Esempio: «la qualcosa sentendo Andreuccio, quale egli allor divenisse ciascuno sel può immaginare» (Boccaccio).

invio: v. congedo.

ipàllage: figura per la quale si attribuiscono ad un oggetto qualità che invece sono da riferire ad un altro oggetto contenuto nella stessa frase. Esempio: «il divino del pian silenzio verde» (Carducci).

ipèrbato: figura consistente mutare l’ordine normale della frase o del periodo, per ottenere effetti stilistici particolari, utilizzata in italiano soprattutto per imitare la costruzione latina. Esempio: «Oh! belle agli occhi miei tende latine» (Tasso) per «Oh tende latine belle ai miei occhi!». Oppure: «questa / bella d’erbe famiglia e d’animali» (Foscolo).

iperbole: utilizzo metaforico di parole in modo volutamente alterato ed esagerato, tale che il concetto risulti certamente non verosimile. Ne è stato fatto, non a caso, larghissimo uso da parte dei poeti barocchi. Esempi: «E’ passato un secolo dall’ultima volta che ci siamo visti»; «Dammi un goccio di vino»; «corre veloce come il vento».

ipermetria: eccedenza sillabica rispetto alla misura normale del componimento.

ipometria: difetto di una o più sillabe rispetto alla misura normale del verso.

ipòstasi: rappresentazione di un’entità astratta in forma di personificazione.

ipotiposi: rappresentazione immediata, veemente, efficace di un avvenimento, in cui è dato particolare rilievo alle immagini forti ed icastiche. Esempio: «La bocca sollevò dal fiero pasto / quel paccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea guasto» (Dante).

ironia: figura consistente nell’affermare qualcosa per far intendere l’esatto contrario. Il significato reale è desumibile dal contesto, o dal modo in cui la frase è pronunziata. Si tratta di una figura evidentemente esposta alle possibilità di equivoco.

isosillabismo: principio metrico per il quale l’equivalenza di due versi è stabilita in base al numero delle sillabe, che deve essere uguale. In italiano i versi sono isosillabici se hanno lo stesso numero di sillabe prima dell’ultima tonica.

iterazione: concetto fondamentale sia per la metrica che per la retorica. Comporta la moltiplicazione all’interno del discorso di parole, frasi, rime, parole in rima, versi, sezioni di strofe o intere strofe. L’iterazione retorica comporta diverse figure le quali «arrestano la corrente dell’informazione e concedono il tempo di «gustare» emozionalmente il contenuto dell’informazione che viene accentuato e posto in evidenza per l’importanza che deve assumere» (Lausberg). Si può distinguere la ripetizione di frasi uguali e  di parti di frasi anche di uguaglianza parziale. Secondo Lausberg anche l’iterazione in cui i componenti sono ripetuti completamente di fatto «si realizza come disuguaglianza», poiché la parte ripetuta assume comunque una connotazione emozionale diversa, e nell’ambito del discorso orale viene pronunciata diversamente. Internamente al periodo la ripetizione può avvenire sia a contatto che a distanza. Sottotipi in cui è distinta la ripetizione a contatto sono la geminazione (esempio: «piangete, piangete, occhi miei»), la riduplicazione o anadiplosi (v.), la catena o gradazione, consistente nella continuazione progressiva dell’anadiplosi; della ripetizione a distanza sono invece proprie le figure cicliche (schema X…..X), come il chiasmo (v.) o di limite, come l’anafora o l’epifora. La ripetizione può però anche essere parziale: se è nel corpo della parola si ha la paronomasia, il poliptoto, le figure etimologiche e derivative («vivi la tua vita»), in una tipologia molto frequente in rima nella lirica romanza, dove spesso assume funzione strutturante (v. rima derivativa e rima grammaticale). Se la ripetizione riguarda solamente la forma e non il significato della parola si ha l’equivocazione (v.), anch’essa rintracciabile spesso in rima. Andrà ancora considerato che talvolta il membro ripetuto è automaticamente arricchito in senso enfatico (v. enfasi). L’iterazione riguarda anche le figure relative agli schemi rimici propri della strofe: la figura del chiasmo corrisponde ad esempio allo schema ABBA proprio di molti piedi della canzone e del sonetto (v. Elementi, §000), la geminazione alla rima baciata AA BB CC etc.; sul piano di strutture ancora superiori potremo considerare le organizzazioni rimiche retrograde tipiche della sestina lirica (v.). Si consideri inoltre l’iterazione dei versi, che è alla base anche della struttura strofica (v. strofe), cioè di un insieme rimico sillabico e talvolta anche musicale, all’interno del quale possono verificarsi altre forme iterative tra quelle indicate.

kitsch: termine tedesco usato al posto dell’espressione italiana «di cattivo gusto». In genere riguarda opere banali, che non disattendono l’«orizzonte di attesa» del pubblico, ma che, anzi, tendono ad assecondare il gusto comune, elaborando i topoi (v. topos) più triti e ricorrendo agli stereotipi (v.) agli stilemi (v.) e ai cliché (v.), insomma alle formule correnti e di maniera (v.).

lassa: strofe utilizzata soprattuto nell’epica francese, formata da un numero variabile di versi monorimi o assonanzati. Nella metrica italiana la lassa fu adottata nel Medioevo e nell’Ottocento e nel Novecento dai poeti storicizzanti.

lauda: componimento poetico-musicale di ispirazione religiosa, praticato da compagnie laiche di Disciplinati o di Laudesi a partire dal XIII secolo. La struttura metrica è molto varia: in origine si riscontrano strofe monorime di alessandrini (v.) e la quartina di doppi quinari, ma assunse anche strutturazioni più complesse, come quelle del sirventese (v.). Con Iacopone da Todi la forma normale diventa quella assimilabile alla ballata (v.), il più delle volte con strutturazione «zagialesca» (v. zagial) e comunque con ripartizione della strofe in mutazioni e volta, con ripresa. Dalla lauda lirica ebbe origine la lauda drammatica, con forma dialogata: un esempio noto ne è il Pianto della Madonna di Iacopone da Todi.

litote: figura oper la quale si afferma qualcosa negando il suo contrario, e ottenendo quindi per l’affermazione un effetto attenuato. Esempio: «Don Abbondio non era nato con un cuor di leone» (Manzoni), dove si lascia intendere che Don Abbondio era un uomo pavido.

madrigale: v. Elementi, §000.

maniera: concetto ampio che riguarda il ricorso alle norme artistiche prestabilite e canonizzate dalla tradizione e dalla trattatistica. La tecnica compositiva è per lo più imitativa e priva di originalità, si adottano formule (v.), cliché (v.) e stilemi stereotipati (v.). La materia è per lo più topica (v. topos) e attinge ad una tradizione consolidata. Nella storia della letteratura coincide spesso con una ricerca esasperata di soluzioni nuove almeno a livello metrico-formale.

martelliano: verso metricamente uguale all’alessandrino (v.);  verso la fine del Seicento fu utilizzato da Pier Iacopo Martello (da cui il nome) nelle sue tragedie e poi dal Carducci. 

maschile: v. femminile.

metàfora: consiste nel sostituire un termine proprio con uno figurato, «il cui significato inteso propriamente è in rapporto di somiglianza con il significato proprio della parola sostituita» (Lausberg). La metafora, cioè, designa un oggetto tramite un altro che appartiene ad una diversa sfera semantica, ma che può essere pìosto in relazione con il primo grazie a una o più qualità. In questo senso la metafora può anche essere considerata un paragone (v.) abbreviato: la similitudine «Achille in guerra è come un leone in lotta» viene abbreviata nella metafora «Achille è un leone». In questo caso la relazione che giustifica il traslato si fonda sul coraggio bellico comune ad entrambi. La sostituzione può implicare diverse forme grammaticali (il nome soprattutto, ma anche il verbo e l’aggettivo) e si verifica frequentemente anche nel linguaggio d’uso comune. Esempi: «E’ un fulmine» (detto di persona cha agisce molto velocemente); «Sei una frana» (detto di persona le cui azioni producono effetti rovinosi); «Fioccano denuce»..

metàtesi: spostamento di suoni in una parola. Esempio: areoplano per aereoplano.

metonìmia: figura che consiste nel sostituire un termine con un altro in rapporto stretto di contiguità con il sostituito: si può usare il nome della causa per quello dell’effetto («vivere del proprio lavoro»), il nome dell’effetto per quello della causa («talor lasciando le sudate carte»), il contenente per il contenuto («beviamoci un bicchiere»), il simbolo per il simboleggiato («non tradire la bandiera»), il luogo di produzione per il prodotto («una bottiglia di Frascati»), l’astratto per il concreto («è sfuggito alla sorveglianza»), l’autore al posto dell’opera («hai letto Dante?») etc. V. anche metafora, sinestesia, sineddoche.

metrica: complesso di regole relativo alle costrizioni iterative (v.) strutturali proprie del componimento poetico: sia sul piano delle misure dei versi e delle pause interne, che degli accenti primari e secondari; sia riguardo agli omoteleuti dei versi, propri della versificazione europea medievale e moderna (rime), che alle ripetizioni strofiche e alle loro modalità. Sia infine riguardo agli espedienti retorici interni al verso, o alla strofe ma organizzati in modo da costituire un reticolo unitario di rispondenze interne (rime derivative, grammaticali, equivoche etc.).

metrica barbara: cf. Elementi, §000.

metro: nella metrica latina costituisce l’unità ritmica di uno o due piedi. Attualmente viene considerato «la norma cui il ritmo fa riferimento, l’insieme degli elementi che sono stati considerati obbligatori al momento della scrittura del testo, e che devono essere noti per interpretarlo» (Beltrami).

monorima: si dice della strofe in cui è presente una sola rima, indipendendentemente dalla lunghezza dei versi.

mottetto: genere musicale polifonico di origine francese: consiste nell’assegnare alla seconda voce (duplum) un testo differente. Nella lirica italiana medievale il nome «mottetto» è utilizzato per componimenti poetici piuttosto diversi tra loro. Privo di tradizione il termine fu però utilizzato da Montale, come titolo di una sezione di Le cccasioni.

nona rima: strofe simile all’ottava, dalla quale si differenzia per avere un verso in più, l’ultimo, che rima con i primi tre versi pari. Schema: AB AB AB CCB. Fu usata per la prima volta nell’Intelligenza, un poemetto anonimo del XIII secolo, precedente quindi alle prime attestazioni certe dell’ottava italiana, dalla quale dunque non deriva, ma che può piuttosto aver influenzato. Andrà inoltre considerato che le due forme potrebbero aver avuto genesi indipendenti, in quanto la nona rima può anche essere considerata come una stanza di canzone (v. Elementi, §000) in cui la prima parte sarebbe costituita da tre piedi e la seconda da una sirma CCB. Lo schema rimico d’altronde non è assente in provenzale. Fu ripresa da D’Annunzio nell’Isotteo (Il dolce grappolo).

novenario: verso di otto sillabe fino all’ultima tonica, nove nella forma con uscita piana. Usato molto raramente nella poesia delle origini fu frequentato soprattutto da Carducci e da Pascoli. La forma più comune è quella con accenti di seconda e quinta.

ode: termine usato come sinonimo di canzone dal Cinquecento in poi, per influsso delle odi di Pindaro, Anacreonte, Orazio. Assunse varie forme metriche: v. Elementi, §000.

omofonia: uguaglianza di suono di due o più parole o locuzioni. Detto anche per lettere alfabetiche diverse utilizzate per uno stesso suono. Sono omofoni «canto» sostantivo e «canto» prima persona del verbo «cantare»; la lettera «c» e la lettera «q» davanti alla vocale «u». E’ alla base dell’equivocazione (v.).

omografia: si ha quando due parole differenti, con differente pronuncia vengono scritte nello stesso modo. Esempio: la serie grafica pesca può designare sia la «pèsca» frutto, che la «pésca» come sport: le due parole «pésca» e «pèsca» sono quindi omografe.

omoteleuto: figura per la quale due parole terminano con il medesimo suono: «audacemente atterrisci, umilmente plachi». La rima (v.) costituisce quindi un omoteleuto generalizzato alla fine del verso o dell’emistichio. Si tenga però presente che si può avere omoteleuto indipendentemente dalla posizione dell’accento.

onomatopea: parola o espressione che imita il suono prodotto in natura dall’oggetto significato. Tipica del linguaggio infantile, è stata spesso utilizzata dai poeti con intenti fonosimbolici o evocativi. Esempio: «brum-brum» per «automobile», «chicchirichi» per «gallo», «din-don» per «campanello».

ossìmoro: paradosso intellettuale per il quale vengono accostate parole di senso apparentemente antitetico. L’opposizione si presenta soprattutto tra sostantivo e aggettivo (p. es. «ghiaccio ardente», «gelido foco», «morte vivente»), tra aggettivi («piccolo grande uomo») o quando si afferma contemporaneamente esistenza e non-esistenza di una cosa («anche se tacciono, dicono abbastanza»; «uccidi un uomo morto»).

ottava: v. Elementi, §000.

ottonario: verso parisillabo, la cui ultima sillaba tonica è la settima: nella variante piana è costituito di otto sillabe. L’accento secondario cade più frequentemente sulla terza sillaba, ma si danno anche casi in cui cade sulla prima e sulla quarta. Dopo la canonizzazione dei versi illustri operata soprattutto da Dante e da Petrarca, l’ottonario non ebbe molta fortuna nella poesia medievale e rinascimentale, e fu piuttosto considerato proprio della poesia popolare. Fu recuperato nell’Ottocento, quando divenne uno dei versi fondamentali della ballata. Lo utilizzarono ampiamente sia Carducci che Pascoli. Esempio: «Su ‘l castello di Verona / batte il sole a mezzogiorno. / Da la chiusa al pian rintrona / solitario un suon di corno.». 

paradosso: figura che consiste nella formulazione di proposizioni apparentemente contraddittorie con la comune opinione o con i principi della logica, ma che però sottoposte ad un’analisi approfondita appaiono veritiere. Esempio: «Sono solo i superficiali a non giudicare dalle apparenze» (Oscar Wilde); «Sono solo i moderni a diventare sorpassati» (Id.); «Adoro i piaceri semplici, sono l’ultimo rifugio del complicato» (Id.).

paragoge: v. epitesi.

paragone: v. comparazione.

paragramma: figura per la quale vengono accostati  all’interno del discorso due termini che differiscono tra loro solamente per un fonema. Esempio: «quel calciatore ha un ottimo tocco di tacco»; «un pezzo di pizza».

paralessi: v. preterizione

parallelismo: procedimento retorico che consiste nello sviluppare un’idea attraverso la disposizione simmetrica di più concetti, e nel collocare gli elementi grammaticali nello stesso ordine. In poesia la simmetria grammaticale e concettuale può essere estesa alle forme metriche.

parisillabo: verso composto da un numero pari di sillabe nella variante piana: quindi il decasillabo, l’ottonario, il senario, il quadrisillabo, il bisillabo.

parodia: consiste nella trasposizione al livello comico di un testo, di un registro stilistico, di un linguaggio, del modo di parlare di un personaggio. Alla base della parodia è un atteggiamento mimetico verso un codice stabilito, all’interno del quale si apportano modifiche dissacranti. Si può ad esempio adottare un genere letterario o musicale serio per rappresentazioni oscene, e si può parodizzare un testo ricorrendo all’espediente della contraffattura (v.). La parodia è fenomeno spesso interno ad un sistema chiuso di convenzioni, e quindi soggetto a perdere con il tempo la carica eversiva originaria. E’ tipico dei linguaggi che riflettono su se stessi internamente ad una maniera (v.): si pensi alla parodia che i mezzi di comunicazione di massa contemporanei fanno nei confronti di se stessi e dei generi da essi creati (il quiz, il varietà, la pubblicità, l’informazione).

paronimia: rapporto che intercorre tra due o più termini fonicamente simili appartenenti allo stesso ambito sematico ed etimologico. Esempio: «quel dottore è molto dotto».

paronòmasia: figura per la quale si accostano due termini dal suono simile, per creare un gioco di parole facilmente memorizzabile. Esempio: «chi dice donna dice danno». Il termine è usato anche per accostamenti fonici meno precisi, come ad esempio il montaliano «non recidere, forbice, quel volto».

pastorella: componimento poetico in cui viene inscenato un dialogo tra un cavaliere ed una pastora. Generalmente il cavaliere ne richiede l’amore, che può essere accordato o negato. Il genere è di origine provenzale (famosa la pastorella del trovatore Marcabru), ma fu praticato anche in Italia ad esempio da Cavalcanti e da Sacchetti.

pausa: nell’esecuzione (orale o mentale) di un verso, silenzio che intercorre tra due serie di parole. La pausa principale è generalmente la fine del verso e la secondaria la cesura (v.), ma altre possono essere create dall’esecutore.

pentàmetro: verso formato da sei piedi dattilici, ripartiti in due emistichi; l’ultimo piede di ciascun emistichio è però privo delle due brevi; i due piedi del primo emistichio possono essere anche due spondei. Schema: _UU, _UU, _ // _UU, _UU, _ dove le due brevi del primo emistichio possono anche essere sostituite da una lunga [RIPORTA GRAFICAMENTE].

perifrasi: v. circonlocuzione. Il termine è usato anche per la trasposizione in prosa di testi in versi.

piede: nella metrica classica è un’unità costituita da due o più sillabe, di cui una è messa in rilievo dall’ictus (v.). L’unità di misura del piede è la sillaba breve, mentre la lunga è considerata pari a due brevi. I piedi più importanti sono il dattilo, il trocheo, lo spondeo, il giambo, l’anapesto. Nella metrica italiana il termine è usato per indicare uno dei due o più costituenti della prima parte della stanza (v.), qualora questa sia divisibile.

pleonasmo: parola non essenziale al discorso, ma anzi ridondante e superflua. Esempio: in «A me mi piace», il «mi» è pleonastico.

poema: narrazione ampia in versi. E’ la forma più antica del fare letterario, poiché ha rappresentato il canale di diffusione dei miti e delle leggende dei popoli. I poemi omerici in particolare hanno costituito l’archetipo su cui si sono fondate le strutture e le modalità narrative dell’epica occidentale. Ugualmente molto antico è il poema didascalico, che risale ad Esiodo. I metri utilizzati nel poema variano ovviamente nel tempo, anche se si possono individuare alcune costanti diacroniche: nei poemi epici classici è utilizzato l’esametro (v.); la poesia epica medievale è strutturata in lasse (v.), mentre il poema cavalleresco antico-francese si avvale della coppia di ottosillabi a rima baciata. I poemi cavallereschi italiani dal Boiardo al Tasso sono composti in ottava (v. Elementi, §000).

polìmetro: testo poetico composto di versi differenti. In alcuni casi il termine è utilizzato per designare componimenti dalle strofe non uguali, o la successione irregolare dei versi.

polìptoto: figura retorica consistente nel riprendere una stessa parola in frasi successive, cambiandone la flessione. Esempio: «Cred’io ch’ei credette ch’io credesse» (Dante). V. anche annominazione. 

polisìndeto: figura sintattica per la quale molte parole o proposizioni sono collegate da congiunzione. Esempi: «E mangia e bee e dorme e veste panni» (Dante); «La vita fugge e non s’arresta un’ora, / e la morte vien dietro a gran giornate, / e le cose presenti, e le passate / mi danno guerra, e le future ancora; / e il rimembrar e l’aspettar m’accora» (Petrarca).

posizione: termine utilizzato al posto «sillaba metrica» da alcuni metricologi: nel computo sillabico del verso si devono infatti tener presenti le figure metriche della sinalefe, della dialefe, della sineresi e della dieresi, che variano il numero delle sillabe linguistiche.

preterizione: figura per la quale si asserisce di non voler parlare di un argomento, mentre poi l’asserzione costituisce di fatto il pretesto per parlarne. E’ spesso introdotta da locuzioni come «Per non parlare….», «Taccio di…», «Non ricorderò…», «Saprete certo già tutti….». Esempio: «Cesare taccio che per ogni piaggia / fece l’erbe sanguigne / di lor vene, ove ‘l nostro ferro mise.». Detta anche paralessi.

prolessi: figura per la quale viene prevenuta una possibile obiezione per confutarla. Esempio: «Si potrebbe obbiettare che l’accusato non ha alcun alibi, ma non si terrebbe così conto del fatto che egli ha timbrato il cartellino alle ore sei». Il termine è utilizzato anche per indicare l’antipazione di una parola o di un costrutto rispetto all’ordine richiesto dalla norma sintattica. Esempi: «Guarda la mia virtù, s’ell’è possente» (Dante) sta per «Guarda se la mia virtù è possente»; «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (Montale) sta per «Oggi possiamo dirti solo ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

prosodia: nella metrica classica è lo studio delle quantità sillabiche e del ritmo che queste determinano, nel combinarsi. Nella metrica moderna il termine indica l’insieme dei fenomeni relativi alla disposizione degli accenti all’interno del verso e delle relazioni tra i suoni nell’altezza, nell’intensità e nella durata. In senso ampio si può intendere come l’insieme delle regole fonetiche relative al verso.

prosopopea: figura per la quale lo scrittore fa parlare figure assenti o morte, pietre, vegetali e animali o anche personificazioni di enti astratti.

quadrisillabo: verso parisillabo, la cui ultima sillaba tonica è la terza: nella variante piana è costituito di quattro sillabe. E’ detto anche quaternario.

quantità sillabica: la metrica classica era fondata sull’organizzazione armonica delle sillabe lunghe e le sillabe brevi, corrispondentemente alla cararatteristica prosodica fondamentale delle lingue classiche, che distinguevano le parole anche in base alla quantità delle vocali («venit» significa «viene» se la «e» è breve e «venne» se la «e» è lunga).

quartina: gruppo di quattro versi che può costituire una strofe, una parte di essa o una parte del componimento (ad esempio nel sonetto). In genere nella quartina si giocano una o due rime, disposte secondo i seguenti schemi fondamentali: AAAA, ABAB, ABBA, AABB.

quinario: verso imparisillabo di quattro sillabe fino all’ultima tonica, o di cinque nella forma con uscita piana, dal ritmo generalmente dattilico. E’ utilizzato nella strofe saffica italiana per sostituire l’adonio (v.).

quinta rima: strofe composta di cinque versi, con schema ABABC, sul tipo di un’ottava (v. Elementi, §000) ridotta nella prima e nella seconda parte.

reticenza: figura consistente nel lasciare in sospeso un discorso, prima di pronunciare un’espressione troppo forte, cruda, o tale comunque da provocare un’emozione che blocca il linguaggio.

rima: relazione di uguaglianza nel suono della parte terminale di due versi a partire dall’ultima vocale accentata. L’identità può anche non essere assoluta: in italiano, ad esempio, si fa rimare comunemente «e» chiusa con «e» aperta (ménte : sènte) e «o» chiusa con «o» aperta (rispóse : còse) e nella poesia antica sono state adottate anche forme di rima tra vocali diverse. Nella cosiddetta «rima siciliana» possono rimare «e» chiusa con «i» e «o» chiusa con «u», poiché rappresentano la resa toscana del siciliano antico dove erano perfettamente coincidenti rispettivamente in «i» e in «u» (amurusa per amorosa e cruci per croce). Nella «rima aretina» o «guittoniana» «e» rima con «i» anche se è aperta così come anche «ò» può rimare con «u». In italiano la rima nella forma normale è piana, ma può essere anche tronca, sdrucciola e molto raramente bisdrucciola. Alcuni artifici spesso arricchiscono retoricamente la rima: in questi casi si hanno vari tipi di rima tecnica. Ecco i più rilevanti. Si ha rima ricca quando l’uguaglianza fonica comprende almeno un suono precedente la vocale tonica, ma sotto tale etichetta si è soliti comprendere tutti i tipi di arricchimento fonico fino al suono che segue il primo della parola, ed anche il tipo definibile «ricco ad eco»: una rima ricca è cioè cartello : martello  come anche rima : prima . Se l’uguaglianza fonica tra le parole in rima è completa si possono avere tre categorie di rima tecnica: la rima equivoca, la rima identica e la rima equivoca-identica. La rima equivoca si ha quando due rimanti (v.) hanno lo stesso suono ma diverso significato, come ad esempio amo, che è nello stesso tempo sostantivo e prima persona del verbo amare. Quando l’uguaglianza si estende anche al significato si ha rima identica, figura generalmente poco usata  nella lirica d’arte, perché ritenuta di troppo facile impiego, ma fondamentale nella sestina lirica (v.). Si ha invece rima equivoca-identica soprattutto in questi casi: «a) diversa funzione sintattica (non istituzionalizzata) segnalata mediante diversa preposizione; b) rimanti identici ma l’uno connesso a negazione e l’altro no; c) aggettivi identici ma l’uno con funzione positiva, l’altro comparativa; d) parole inserite in dittologia sinonimica; e) sostantivi identici usati, in una delle due sedi, in sintagma presumibilmente unitario (ad es. mente : tener mente, caso considerato vicino alla vera e propria equivocità e da “incrociare” col precedente); g) sostantivi retti da verbi servili diversi» (Antonelli). Si ha poi la rima equivoca-contraffatta nella quale l’equivocazione (v.) riguarda non una sola parola, ma la somma di due o più termini grammaticali, come in Adamo : ad amo.  Se in rima sono poste più parole si ha sempre una rima composta, come ad esempio la serie presente in Dante oltre : sol tre : poltre, dove è presente anche uno spostamento d’accento (sol tré ) che determina più che una rima vera e propria la cosiddetta rima per l’occhio. Una rima ricca particolare può essere definita quella che in italiano è detta rima derivativa, istituita tra parole di uguale radice, come ad esemipio amare : disamare, fare : disfare, guardi : sguardi.  La rima grammaticale non è invece una rima vera e propria, ma deriva  dall’utilizzo del poliptoto (v.) tra i rimanti dello stesso componimento (p. es. in Giacomo da Lentini clami clama c’ami : c’ama ). E’ usata soprattutto nella lirica antica.

ripetizione: v. iterazione.

ripresa: parte della ballata (v. Elementi, §000) che viene ripetuta in ogni stanza.

rispetto: forma poetica italiana simile allo strambotto (v.) e spesso scambiata anche terminologicamente con esso, composta di otto endecasillabi, con schema rimico uguale a quello dell’ottava toscana o siciliana (ABABABCC o ABABABAB).

ritmo: dimensione che riguarda l’organizzazione della durata del suono e la scansione dei tempi deboli e forti, nel loro alternarsi. Nel verso quindi il ritmo è determinato dal modo in cui si alternano le sillabe lunghe e brevi, toniche e atone. (v. prosodia).

ritornello: verso o gruppo di versi che si ripetono uguali in ogni strofe.

rondò: forma metrico-musicale di origine francese in cui uno o più versi vengono ripetuti. Trae il nome dalla struttura circolare, secondo lo schema di base ABA, ma ha assunto nel tempo forme diverse tra loro.

schema metrico: è il risultato di schema rimico (v.) e schema sillabico (v.).

schema rimico: formula riassuntiva delle relazioni intrattenute dalle rime di un componimento. Per rappresentarlo graficamente si utilizzano le lettere dell’alfabeto, in modo che alla rima che compare per prima corrisponde la lettera «a», alla seconda la «b» etc.

schema sillabico: formula con cui si indica il numero di sillabe di ciascun verso del componimento o della strofe.

senario: verso parisillabo, la cui ultima sillaba tonica è la quinta: nella variante piana è costituito di sei sillabe. La forma normale ha un accento secondario sulla seconda sillaba.

serventese: v. Elementi, §000.

sesta rima: strofe di sei endecasillabi con lo schema simile a quello dell’ottava ma con un distico (v.) a rima alternata in meno: ABABCC.

sestetto: con questo termine si indica la seconda parte del sonetto (v. Elementi, §000), spesso indicata anche con «sestina», termine che però può generare confusione con la forma poetica omonima (cf. Elementi, §000).

sestina: v. Elementi, §000.

settenario: verso imparisillabo di sei sillabe fino all’ultima tonica, sette nella forma con uscita piana. Ha tre schemi ritmici fondamentali: il ritmo giambico, con accenti secondari sulla seconda e sulla quarta sillaba; il ritmo anapestico, con accento sulla terza sillaba; il ritmo trocaico dattilico, con accenti sulla prima e sulla terza. Insieme all’endecasillabo è molto utilizzato nella canzone v. Elementi, §000).

sillaba: dal punto di vista linguistico «fonema o insieme di fonemi che costituiscono un gruppo stabile e ricorrente nella catena parlata» (Serianni). Costituisce la naturale unità di tempo del verso, anche se andrà considerato che la poesia si avvale delle figure metriche della sinalefe (v.), della dialefe (v.), della sineresi (v.) e della dieresi (v.). V. anche posizione.

sillessi: figura per la quale un termine non segue la normale flessione grammaticale, ma viene concordato secondo il senso. Esempio: «La gente / che in Sennaar con lui superbi foro» (Dante), dove il verbo «foro» (= furono) è al plurale, mentre il termine «gente» è singolare, ma sta a significare una pluralità di individui.

similitudine: paragone (v.) fra immagini. E’ preceduta da «come», «simile a», «sembra», «più che» etc. Esempio: «Quella donna sembra un angelo»; «il tuo bacio è come un rock». V. anche metafora, antonomasia, sineddoche.

sinafìa: nella poesia latina è la fusione di un verso con il seguente tramite l’episinalefe (v.) o la tmesi a compensazione sillabica, cioè l’assorbimento della sillaba in eccedenza di un verso nel verso successivo: si veda il seguente esempio tratto da un componimento del Pascoli: «E’ quella infinita tempesta, / finita in un rivo canoro. / Dei fulmini fragili resta no / cirri di porpora e d’oro». Qui si ha metricamente una quartina a rime alterne di novenari (v.), ma il terzo verso per rimare con il secondo deve cedere la sillaba finale (-no) al verso successivo, che senza la sillaba del verso precedente sarebbe risultato ipometro per la sinalefe (porpora con e).

sinalefe: si ha sinalefe quando due vocali appartenenti a parole diverse ma contigue, l’una finale e l’altra iniziale di parola, si fondono in una sola sillaba, anche se mantengono inalterato il suono: per es. nel secondo verso della Divina Commedia, «mi ritrovai per una selva oscura», le ultime due parole contano insieme quattro sillabe, poiché la «a»  di «selva» e la «o»  di «oscura» si fondono in un’unica sillaba. Il fenomeno corrispondente all’interno di parola è la sineresi (v.).

sineddoche: figura che consiste nel sostituire un termine con un altro in rapporto di contiguità con il sostituito. Il rapporto è istituito sempre tra termini omogenei ma di diversa grandezza: dal maggiore al minore o viceversa. Si hanno quindi vari tipi di sineddoche: la parte per il tutto («vive sotto il mio tetto» per «vive a casa mia»), il tutto per la parte («lo scudo di bue» per «lo scudo fato di pelle di bue»), il genere per la specie («i mortali», «le creature» per «gli uomini»), la specie per il genere («pane» per «cibo»), il singolare per il plurale («il Barbaro vincitore»), il plurale per il singolare («andiamo alle case» per «andiamo a casa»), la materia per l’oggetto («ferro» per «spada», «legno» per «barca»).

sineresi: si ha quando due vocali in contatto all’interno di una parola vengono cosiderate come facenti parte di una sola sillaba. Esempio: «ch’Amor e lui seguio per tante ville» (Petrarca), dove le due parole lui seguio  contano insieme tre sillabe, anche se vi sono ben sei vocali complessive.

sinestesia: figura per la quale vengono associati termini che riguardano diverse sfere sensoriali. Esempio: «l’oscura voce» (Montale), dove l’aggettivo pertiene al campo sensoriale visivo e il nome a quello uditivo. 

sinizesi: v. sineresi.

sirma: seconda parte non divisibile della stanza di canzone (v. Elementi, §000).

sistole: spostamento dell’accento metrico verso l’inizio della parola per ragioni ritmiche, rimiche, o più generalmente culturali. Esempio: «Quando verrà la nimica podèsta» (Dante).

sonetto: v. Elementi, §000.

stanza: strofe (v.) della canzone. Con questo termine si intende anche una poesia composta da una sola strofe.

stereotipo: espressione linguistica e concettuale reso banale e convenzionale dall’uso comune nel linguaggio di massa. Lo stereotipo è un aspetto del kitsch (v.), sia sul piano stilistico che contenutistico.

stìchico: relativo al verso. Oggi è in uso anche «versale». Si dice poesia stichica quella non organizzata in strofe regolari, ma strutturata su versi di varia misura.

stilema: tratto stilistico distintivo di un autore, un genere letterario, un periodo poetico. In alcuni casi gli stilemi divengono moduli convenzionali, quasi degli stereotipi (v.).

stornello: breve componimento lirico di ispirazione popolareggiante. In genere è composto di due o tre versi: la forma più comune ha un quinario o un settenario in apertura (spesso contenente l’invocazione ad un fiore), seguito da due endecasillabi, che rimano tra loro e si trovano in consonanza con il verso di apertura. Risale al XVII secolo, ma fu praticato soprattutto nell’Ottocento. Esempio: «Fiorin, fiorino, / di voi bellina innamorato sono, / la vita vi darei per un bacino.».

strambotto:  forma di poesia per musica sviluppatasi tra XIV e XV secolo di contenuto amoroso o satirico. Metricamente è strutturato secondo due schemi principali, entrambi di otto (o sei) versi ed entrambi endecasillabi, quello dell’ottava toscana (ABABABCC) e quello dell’ottava siciliana (ABABABAB), ma si può incontrare anche lo schema ABABCCDD.

strofe: insieme di versi compreso in una struttura rimica e sillabica predeterminata, in genere ripetuta varie volte senza modifiche o con modifiche non sostanziali rispetto allo schema complessivo. Nella poesia moderna la strofe può essere svincolata dalle costrizioni strutturali ed avere un numero variabile di versi e schemi rimico-sillabici differenti. In linea di principio sono considerate strofe forme metriche fisse come il distico, la terzina, la quartina, la sestina, l’ottava. Anche il sonetto può essere considerato come una strofe isolata, peraltro in certe condizioni particolari anche passibile di iterazione: si pensi al Fiore  attribuito a Dante o ad alcune tenzoni (v.).

tenzone: disputa poetica in cui un poeta propone il tema e lo schema metrico e lo sfidato deve rispondere con le stesse rime e lo stesso schema. Nella poesia italiana le tenzoni poetiche si svolgono per lo più in sonetti, e la risposta avviene quasi sempre «per le rime», nel senso che lo sfidato risponde con le stesse rime presenti nel componimento dello sfidante. Le tenzoni più rilevanti si ebbero nell’ambito della scuola poetica siciliana e tra i poeti dello Stil Novo.

terzina: v. Elementi, §000.

tmesi: divisione di una parola composta o di una serie di parole comunemente unita mediante interposizione di termini estranei, ma congruenti nella catena parlata. Nella metrica italiana si ha la rima in tmesi quando una delle due parti della parola trova posto alla fine di un verso e l’altra all’inizio del verso successivo, come ad esempio nel passo dantesco «Così quelle carole differente- / mente danzando».

topos: motivo ripreso da più autori nel tempo, luogo comune. Agisce sia sul piano della tradizione, come connotato di una scelta di livello alto, e quindi di segnale di riferimento ad un contesto culturale specifico, sia come semplice ricorso ai materiali correnti per semplice adesione ad una norma ritenuta imprescindibile. L’utilizzo sistematico dei topoi, dei cliché e degli stereotipi,   determina la maniera (v.).

tornada: parola provenzale con cui si designa quella parte di testo, presente in alcuni casi alla fine del componimento, che riprende lo schema metrico degli ultimi versi della strofe. Essendo l’unica «zona» della canzone in cui l’iterazione (v.) strofica non è completa, in quanto è priva della parte iniziale, aveva probabilmente la funzione di indicare all’ascoltatore che il componimento volgeva alla fine. La tornada era quindi funzionalizzata alla performance del testo lirico, alla sua esecuzione orale: ha però acquisito uno statuto particolare (anche nella lirica italiana) grazie alla pratica dei trovatori di inserirvi il cosiddetto «invio», nel quale si apostrofa il testo, nominandolo secondo il genere cui appartiene (canso, sirventes, tenso, etc.: v. Elementi, §000) e lo si invita a recarsi presso un protettore, un amico del poeta, una dama. V. anche congedo.

tractatio: nella retorica antica consiste nell’elaborazione della materia distinta in cinque momenti: l’inventio, la dispositio, l’elocutio, la memoria e la pronuntiatio.

traslato: in retorica indica l’epressione figurata. E’ sinonimo di tropo (v.).

trimetro giambico: verso latino imitato in Italia fin dal XVI secolo utilizzando l’endecasillabo piano (per il trimetro giambico catalettico) e sdrucciolo (per l’acatalettico).

trisillabo: verso imparisillabo di due sillabe fino all’ultima tonica, tre nella forma con uscita piana. In genere costituisce un emistichio rimato di un verso maggiore.

tropo: deviazione del significato di una parola o una frase, che da un contenuto originario passa ad un altro. Sono tropi la metafora, la metonimia, la sineddoche etc. Nella liturgia mediolatina il tropo era un componimento in cui le parole venivano apposte ad un testo musicale preesistente, in modo che ad ogni suono corrispondeva una sillaba.

verso: unità metrica composta di una o più sillabe e soggetta a costrizioni iterative (v. iterazione) aritmeticamente regolate. Il verso è delimitato all’inizio da una altro verso o da nulla e alla fine da una pausa ritmica prima dell’inizio del verso seguente o da nulla. Alcuni versi plurisillabici sono caratterizzati da una o più pause interne (cesure v.) e da una gerarchia di accenti (v.) metrici primari o secondari che determinano il ritmo (v.). Nella tradizione italiana se il testo manca di rima, ma è comunque sottomesso a regole di tipo sillabico, si dice che il verso è sciolto. In mancanza di costrizioni e regole, ovvero in presenza di regole non sistematiche si dice che il verso è libero: in tal caso l’autore e il suo pubblico individueranno le pause metriche in base alle convenzioni grafiche dell’impaginazione, anche se nell’atto della lettura altre ne potranno essere cercate o scandite. Il verso libero è un prodotto concettuale dell’epoca contemporanea: teorizzato dai simbolisti francesi, fu importato in Italia da Domenico Gnoli e utilizzato da d’Annunzio, ma acquistò rilievo soprattutto con Lucini, che scrisse la Ragion poetica e programma del verso libero.

volta: la seconda parte della canzone può essere indivisibile o divisibile in due parti dette volte.

zagial: nome arabo che designa un sistema strofico utilizzato anche nella lirica mediolatina e romanza, composto di una serie di versi a rima variabile e da uno o più versi, generalmente in posizione finale, con rima costante da strofe a strofe. Il modulo più utilizzato è quello con schema aaaX bbbX cccX, dove X rappresenta la rima costante.

zèugma: figura per la quale si omette un termine, facendo dipendere da un solo verbo più parole che richiederebbero ognuna un verbo specifico. «Parlare e lagrimare vedrai insieme» (Dante) sta per «Sentirai parlare e vedrai lagrimare».

zingaresca: genere poetico-drammatico in cui il personaggio principale è una zingara. Metricamente si dà il nome di zingaresca ad un tipo strofico che consta di tre settenari e un quadrisillabo (ovvero un quinario in episinalefe), secondo lo schema rimico abbc cdde effg etc.. 

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